Dopo il successo de Il commissario Maigret (Francia/Italia, 1957), Jean Delannoy torna sulle vicende del personaggio con Maigret e il caso Saint-Fiacre (Francia/Italia, 1958), prima trasposizione cinematografica di uno dei romanzi più celebri di Georges Simenon (L’affaire Saint-Fiacre, 1932). A vestire i panni massicci dell’uomo burbero sempre con la pipa in bocca è ancora Jean Gabin, ormai inscindibile da quel ruolo.

Secondo lo scrittore olandese Eric de Kuyper adattare un libro significa adottarlo, oppure farsi adottare da lui; un rapporto di reciproco scambio che è l’essenza del processo retrostante la trasposizione cinematografica di quest’opera. E se la critica letteraria non ha mai amato particolarmente il ciclo di Maigret, il cinema e la televisione si sono rivelati i media d’elezione per veicolarlo, intriso di quell’attitudine da giallo che ha fatto la fortuna del genere nel settore audiovisivo. Saint-Fiacre è il paese natale di Maigret, descritto minuziosamente da Simenon; allo stesso modo Delannoy si sofferma sul grigiore del castello nei pressi di Moulins in cui il commissario fa ritorno, proprio dove suo padre lavorava come fattore. Riaffiorano così alla mente del protagonista gli anni felici della propria giovinezza, ora incupiti da una macabra vicenda. La contessa di Saint-Fiacre riceve una minaccia di morte anonima e chiede aiuto a Maigret, che però arriva troppo tardi: la donna è già morta, deceduta presumibilmente per cause naturali nella chiesa del paese.

Il compito di Maigret è, come sempre, quello di comprendere le responsabilità morali o fattuali dell’accaduto. Si innesca così un intreccio che risponde ai canoni tradizionali del poliziesco, attirando sul film pesanti critiche da parte degli esponenti della Nouvelle Vague. In un saggio del 1954, infatti, Truffaut prende di mira una certa tendenza del cinema francese rappresentata da autori come Delannoy, Allégret e Aurenche, definiti “funzionari della macchina da presa”. E come dargli torto? Tra attori famosi, budget nettamente superiori ai 50 milioni di franchi e sceneggiature predeterminate lo spazio per la cifra autoriale viene di fatto azzerato. Rimane però da riconoscere la capacità di Delannoy di aver costruito un universo narrativo solido, le cui redini sono saldamente tenute da Maigret/Gabin. Così un racconto del 1932 viene non solo portato sul grande schermo ma persino valorizzato, dopo ben 26 anni dalla sua nascita. E non è poco.

Rino Seu