Voto

7

L’esordio del rapper di Atlanta segna un passo avanti nell’evoluzione della scena rap americana, ma si perde nella lungaggine immotivata di una tracklist di ventuno brani, molti dei quali valutabili come riempitivi più che come lavori mossi da reali intenti artistici (Moments In Time, Dirty Mouth).

È per molti versi la vicinanza al pop che rende Lil Yachty un Frankenstein dell’hip hop made in USA e, del resto, in Made of Glass emerge chiaramente l’influenza dei Coldplay, più volte menzionata dall’artista stesso. Un collage di sensazioni, emozioni ed esperienze accumulate nei pochi anni alle spalle e raccontate senza tenere troppo sotto controllo i rigidi canoni del rap. Ventitré produttori firmano le ventuno tracks del disco, mettendo ancora una volta l’accento su una caratteristica predominante della musica di Lil Yachty: basi spesso monomelodiche, senza reale variazione fra strofa e ritornello, con un sound molto vicino al dream pop nella scelta della strumentazione e delle campionature. Il disco contiene potenziali hit come Forever Young (feat. Diplo), canzone-inno di questo album, Peek a Boo, collaborazione con i Migos che reca traccia del riconoscibile stile del gruppo, o Better (feat. Stefflon Don), uno dei pezzi più vicini al pop presenti nell’album.

Non a torto, si potrebbe considerare Lil Yatchy l’erede “millennial” del suono di Kid Cudi: entrambi hanno un approccio al modo di fare rap del tutto privo di vincoli formali, ibridato con elementi che a tutto rimandano fuorché al rap stesso: un approccio per molti versi avanguardista, almeno per il mondo cui fanno riferimento.

Gaia Ponzoni