Voto

7.5

Camera a plongée: un padre (Casey Affleck) e la figlia Rag (Anna Pniowsky) sono distesi nella penombra di una tenda da campo, è ora di andare a dormire e lui le racconta una storia per farla addormentare serena. Scritto, diretto e interpretato da Casey Affleck, Light of My Life racconta le vicende di un padre e di una figlia all’interno di uno scenario post-apocalittico spazio-temporalemnte indeterminato, devastato da un virus che ha sterminato l’intero genere femminile tranne Rag, che per qualche strana ragione sembra esserne immune. Ma questo dono non la rende fuori pericolo, anzi, è costretta a vestirsi e comportarsi come un maschio per proteggersi dalla furia degli altri esseri umani sopravvissuti. 

Se con Manchester by the Sea (Kenneth Lonergan, USA, 2016) Casey Affleck aveva esposto la sua attitudine implosiva e riflessiva, in Light of My Life emerge l’esatto opposto: con una fisicità forte e resiliente, il suo è un personaggio simile per intensità a quello del lavoro precedente, ma non per intenzione. Al silenzio del gesto, l’attore americano sostituisce il nervo della parola, le cui sfumature vengono amplificate dalla fotografia di Adam Arkapaw, che alterna mirabilmente palette dai toni cupi per i piani ravvicinati e palette fredde per i campi lunghissimi su un mondo in frantumi. 

Affleck trasforma, ribalta, distorce una realtà contingente e solitaria, allacciando il suo lavoro a L’isola di Aldous Huxley attraverso velate corrispondenze tematiche. Light of my Life è un film che sembra non iniziare mai veramente, rifuggendo uno sviluppo lineare per andare piuttosto a scavare sempre di più nel suo punto di origine, esibendo un femminismo scevro dalle retoriche e dalle banalizzazzioni attuali. Light of My Life mostra senza indicare, domanda senza rispondere, fugge da un ipotetico centro tematico seguendo invece le orme di una battuta emblematica: “A volte scappando da qualcosa ti ritrovi con qualcos’altro”.

Davide Spinelli