Voto

7

Una crisi di coppia stravolge un matrimonio di oltre vent’anni. A innescarla è Maria, docente universitaria che tradisce ripetutamente il marito Richard con i suoi studenti, giovani e appaganti. A mettere in dubbio il matrimonio è lui, dopo aver scoperto i messaggi di Maria col suo amante di turno ed essersi reso conto che non era il primo, anzi, era l’ultimo di una lunghissima serie di scappatelle. La risposta lei? Un’alzata di spalle un po’ scocciata, come a voler minimizzare qualcosa che, dal suo punto di vista, “fanno tutti”, o persino “è il segreto di ogni matrimonio duraturo”. Ma lui non la pensa proprio così, e forse neanche lei.

Un soggetto riproposto innumerevoli volte al cinema, ma Christophe Honoré ne prende giusto il canovaccio per poi dargli un taglio attualissimo e diverso dal solito, prima di tutto perché a tradire ripetutamente è lei (e non lui), ed è sempre lei a fare le valigie e andarsene di casa, esasperata da un compagno che non riesce a comprendere ciò che lei cerca di comunicargli da anni e che ora, per la prima volta, è costretta a verbalizzare. Non va molto lontano, attraversa la strada e decide di trascorrere la notte nell’hotel di fronte, nella stanza 212 che dà sull’appartamento dove ha lasciato solo Richard. Non a caso l’Articolo 212 del Codice napoleonico recita: “I coniugi si devono reciprocamente rispetto, fedeltà, soccorso e assistenza”.

Con questo cambio di scenario il dramma preannunciato si smorza fino a scomparire e lascia spazio a una commedia da camera parlatissima memore di Woody Allen, che emula la regia vorticosa del musical americano, tra luci al neon, colori sgargianti e plongée, e si tinge dei toni del melodramma – con qualche evitabile scivolone in uno sguardo moralista. Maria si trova da sola con se stessa e deve affrontare i fantasmi del proprio passato, che si materializzano concretamente nella stanza e interagiscono col suo presente, in una sovrapposizione surreale di piani temporali e percettivi in cui i ricordi di Maria vengono estrinsecati e materializzati nella sua dimensione presente, costringendola a farci i conti forse per la prima volta.

Una crisi coniugale sarebbe riduttivo, quella che sviscera L’hotel degli amori smarriti è la crisi personale e individuale in cui sprofonda Maria, tormentata dai propri retaggi familiari moralisti, dalle aspettative della società, dai bias propri e di Richard, da uno sguardo colpevolizzante e autocolpevolizzante, da un rifiuto reiterato di mettersi in discussione e affrontare il rapporto con gli altri e con se stessa, interrogando i propri desideri per capire che cosa davvero vuole e chi davvero vuole essere. Nonostante i 90 minuti vacillino sotto i vuoti creati dalla sceneggiatura e colmati maldestramente da dialoghi ripetitivi, L’hotel degli amori smarriti rompe tanti tabù sul tradimento e sugli stereotipi di genere solitamente associati a queste narrazioni, decostruendo la retorica che ne marca le dinamiche come rigorosamente “sbagliate” o persino come sintomo di una relazione “fallito”.

Un film leggero e non necessariamente drammatico che sa restituire un’introspezione stratificata e soprattutto onesta dei rapporti interpersonali, fornendo uno spettro quanto più ampio possibile delle potenzialmente infinite sfumature di grigio in cui decidiamo posizionarci.

Benedetta Pini