Voto

5.5

Il nuovo film di Vincent Perez va oltre l’orrore e la violenza della Grande Guerra, si allontana dall’intento documentaristico e racconta una storia di umanità, evidenziando come il dolore e la rabbia possano alle volte essere l’unico sprone alla ribellione.

Il merito di Lettere da Berlino è da ricercare nel non-detto e nel non-esibito: non c’è spazio per colonne sonore ansiogene, né per discorsi strappalacrime su quanto sia drammatica la perdita di un figlio. Allo spettatore vengono risparmiate scene di tortura, di violenza e di suicidi; il focus di Perez è un altro, e si concretizza in una denuncia all’interno della denuncia stessa: nonostante la coraggiosa rivolta intrapresa dall’operaio berlinese Otto Quangel, il popolo tedesco rimane inerte, decide di abbassare la testa e di consegnare alla polizia gran parte delle cartoline antiregime del protagonista, vuoi per sincera adesione al Partito, vuoi per la paura di possibili reazioni violente.

Efficacia e forza della pellicola – che riesce comunque a commuovere il pubblico – vengono però sminuite dalla poca incisività registica, incapace di esaltare adeguatamente pathos e drammaticità, e soprattutto dalla lentezza narrativa, che rischia di distrarre il pubblico, sempre meno attento all’importante messaggio complessivo e più interessato alle lancette dell’orologio.

Anna Magistrelli

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