Voto

6.5

All’indomani degli attacchi terroristici di matrice islamica avvenuti in Belgio nel 2016, i fratelli Dardenne annunciando l’imminente realizzazione di un film che riflette sul fondamentalismo islamico. Ecco che arriva ora nelle sale italiane – dopo la presentazione in anteprima a Cannes e il Premio alla Miglior Regia – L’età giovane. L’età giovane è quella di Ahmed, che a soli 12 anni è trascinato nel tunnel del fanatismo da un imam fondamentalista, deciso a purificare il mondo dall’onta dei miscredenti. Ahmed è troppo piccolo per distinguere tra le deviazioni fanatiche imposte dall’interpretazione dell’imam e una più corretta ed equilibrata lettura del Corano; davanti alla cieca ottusità con cui si trincea nelle proprie posizioni, a nulla servono l’affetto e i tentativi di dialogo della madre e dell’insegnante di arabo.

La scoperta di questa diversa interpretazione del Corano giunge in corrispondenza di un passaggio all’età adulta già problematico in sé per un ragazzo come Ahmed, dal carattere timido e introverso, straziato da un padre assente e dalla perdita di un cugino sacrificatosi come un martire islamico. Le paure e le fragilità proprie di questa età non fanno che acuire l’irrigidimento di Ahmed, ed è proprio nella capacità di contestualizzare la vicenda in relazione all’età del protagonista che risiede l’originalità della sceneggiatura dei Dardenne: un duplice confitto interiore dal forte potenziale drammatico. Il film, però, non è all’altezza delle premesse e il turbamento di Ahmed non riesce mai davvero a esprimersi. Il ragazzino, pedinato dalla macchina a mano dei Dardenne, è talmente chiuso nel proprio mondo da essere impermeabile perfino nei confronti dello spettatore, che non riesce mai davvero a capire le sue motivazioni o il suo comportamento.

Seguiamo Ahmed ovunque, siamo con lui nella sua stanza quando nasconde il coltello nei calzini e con lui quando suona il campanello dell’insegnante determinato a ucciderla, eppure non riusciamo mai a penetrare davvero la sua resistenza al mondo. La cieca fedeltà al proprio credo, la ritualità gestuale ossessiva (le ripetute abluzioni di braccia e viso) e il radicalismo delle posizioni estreme ricordano quelle di un altro giovane protagonista del grande schermo – anche lui passato da Cannes nel 2016, il Veniamin di Parola di Dio (Serebrennikov, 2016). La fede era quella cristiana, qui quella musulmana, ma il fanatismo era lo stesso. Ecco però che se Veniamin era stato racontato con profondità dal russo Serebrennikov e catturato a pieno nelle proprie contraddizioni, qui il ritratto del giovane Ahmed resta sempre in superficie.

Giorgia Maestri