Voto

7

Due gemelli omozigoti ma di fatto agli antipodi. Reggie è l’uomo affascinante e calcolatore, che conquista la ragazza della porta accanto Frances (personaggio riuscito anche in virtù dell’interpretazioni di un’ottima Emily Browning) con un paio di frasi orchestrate a puntino; lui è la locomotiva, il razionale e lungimirante gangster che si apre la strada a suon di pugni senza guardare in faccia nessuno. Ron è lo psicotico, lo schizofrenico, il pazzo filosofo che non ci pensa due volte prima di tirare una sprangata a qualcuno davanti a una decina di testimoni; a lui piacciono gli uomini, ma non sembra curarsene, così come della propria eccentricità. Odio e amore fraterno sono la miscela esplosiva che unisce nel paradosso questi due personaggi agli antipodi ma vincolati dal sangue e dalla strada che hanno deciso di percorrere.

La storia, vera, dei gemelli Kray fu raccontata già nel 1972 da Jhon Pearson nel romanzo The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins. Brian Helgeland ripropone la vicenda in veste cinematografica con un magnifico Tom Hardy nel duplice ruolo di Reggie e Ron, che riesce a rendere sia l’eleganza e il fascino del primo, sia la psicotica schizofrenia del secondo, dimostrando una duttilità ammirabile.

Per quanto, però, gli eventi siano coinvolgenti e accattivanti, la pellicola appare a tratti priva di mordente. La sensazione è quella di assistere a un prodotto potenzialmente molto valido, ma che non riesce a raggiungere la sua piena compiutezza. La causa principale risiede in una regia a volte piatta che, al di là di alcuni guizzi significativi, permette solo di intuire la drammaticità intrinseca alla vicenda dei Kray, rimanendo nel complesso insipida. Lo stesso dicasi per la scenografia, che ci offre una rappresentazione piuttosto anonima dell’ambientazione londinese. Forse, inoltre, una breve introduzione al passato dei due gangster avrebbe potuto offrire allo spettatore un background narrativo più completo.

Andrea Passoni