Voto

7

Direttamente dalle pendici delle Ande e a quasi due anni dalla sua realizzazione, arriva in qualche sparuta sala italiana l’opera prima di Santiago Esteves, giovanissimo montatore e regista argentino che dallo stesso soggetto aveva già tratto una serie per la televisione locale (La educación del Rey, 2015).

Proprio in virtù del successo della serie, e con la volontà di rendere accessibile il prodotto ad un pubblico più ampio, Esteves ha deciso di riadattare il materiale e farne il suo film d’esordio. Il risultato è una contaminazione di registri ma anche di generi, tra thriller, noir, racconto di formazione e persino western. Sullo sfondo della relazione tra il ragazzino allo sbando Reynaldo e la guarda giurata in pensione Vargas, che si incarica di proteggerlo dai pericoli della strada e di educarlo all’età adulta, appare la provincia argentina in tutta la sua fragilità. Corruzione, povertà e delinquenza caratterizzano un microcosmo in cui l’unico modo per ottenere giustizia è quello di imparare a maneggiare una pistola e a non avere paura di usarla. È proprio la fluidità con cui i proiettili si infrangono sui corpi e li abbattono silenziosamente senza drammatizzazioni, a indicare tutta la naturalezza di un gesto entrato nell’uso quotidiano.

Un film piccolo per minutaggio e risonanza, senza pretese virtuosistiche e dallo stile asciutto, minimalistico, eppure onesto, genuino e con tanta voglia di raccontare un mondo che oltre ai confini argentini noi nemmeno immaginiamo.

Giorgia Maestri