Voto

6.5

Kore’da abbandona il suo Giappone e si inoltra in terre occidentali. Per affrontare il brave new world europeo sceglie una produzione francese e chiama all’appello due interpreti d’eccezione: Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Non abbandona tuttavia i drammi familiari già esplorati a fondo in patria (pensiamo a Ritratto di famiglia con tempesta, 2018, o la Palma d’oro Un affare di famiglia, 2018) né la rispettosa delicatezza con cui affronta la sfera privata dei propri personaggi. Il complicato rapporto madre (Deneuve) e figlia (Binoche) al centro della narrazione, infatti, si nutre di risentimento, delusioni e non detti, ma invece di insistere sui nodi problematici, Kore’eda lascia che questi si sciolgano da soli, aspettando che trovino da sé una pacifica risoluzione.

Il gioco di specchi che lega le due donne – perfino l’aspetto metacinematografico che vede la Deneuve interpretare una grande diva del passato ora impegnata sul set di un dramma familiare – non è uno sterile esercizio intellettuale, ma un insieme di suggestioni, rimandi, impressioni che vogliono riflettere sul ruolo della memoria e della ricostruzione del passato operata a posteriori dalla nostra mente (“Mai fidarsi della propria memoria” è un monito che ritorna spesso nei dialoghi). Una riflessione introspettiva che tuttavia non trova modo e forza per emergere a pieno, restando solo suggerita e oscurata dallo sguardo devoto con cui Kore’da – e la sua sceneggiatura – guardano alla diva Catherine Deneuve, come dimostra la scelta di farle indossare in scena lo stesso vestito di Bella di giorno.

Giorgia Maestri