Nella nostra comunicazione telefonica, Giorgio Falsaperna – voce e chitarra della band catanese Le Scimmie Astronauta – mi sembra un tipo piuttosto concreto, poco disposto a rispondere alle mie cerimoniose domande con altrettanti fronzoli, nonché poco propenso a snocciolare una serie di grandi nomi per cospargere di lustrini la narrazione delle sue influenze e del suo lavoro. Lui – fondatore nel 2011 insieme al bassista Michele Giustolisi – si occupa di rock, architettato nel dettaglio ma mai pettinato.

Lo scorso aprile Le Scimmie Astronauta hanno pubblicato il loro primo LP, Tieniti forte, prodotto da Steve Lyon, un nome che dovrebbe essere familiare ai fan dei Depeche Mode e dei Cure (è stato ingegnere del suono di Violator dei primi e di Wild Music Swings dei secondi) – giusto per dirne alcuni che non siano Laura Pausini. Lyon si è spinto fino a Catania per assistere al consolidamento della forma dei brani; quando le Scimmie lo hanno seguito a Londra per registrare l’album, non restava altro da fare che spolverare il tutto con una moderata (ma determinante) dose di effettismi e rumorismi.

Ecco qui di seguito quello che Falsaperna ci ha raccontato sul modus operandi delle Scimmie:

Le vostre canzoni seguono una sorta di copione che si compone di un rock molto diretto, testi decisamente schietti e una tessitura elettronica per agghindare il tutto. Voi vi riconoscete in un genere specifico?
In realtà no, assolutamente. Tutti i componenti della band vengono dal rock anni Novanta, ed è difficile liberarsi da quello che ti ha formato. Poi però ci piace sperimentare con tutto quello che c’è di bello degli altri generi musicali. Anche se in questo disco il rock rimane prevalente, ci piace sperimentare con l’elettronica, e questo ci fa allontanare man mano dal nostro punto di partenza.

Per l’appunto, il vostro album è pieno di fioriture elettroniche, di giochi rumoristici, di trame che rimangono sotterranee nella saturazione complessiva. Quali sono stati i maestri o i lumi ispiratori che hanno formato il vostro gusto per le fantasie elettroniche?
Mah, in realtà non ci ispiriamo a nessuno in particolare. Ci siamo messi sui synth e al computer per sperimentare come dei pionieri. Prendiamo ispirazione addirittura dalla musica più commerciale, quella che ti fa ballare.

Quando scrivete i testi, che rapporto avete con la lingua italiana? Vi sentite tranquilli nell’utilizzarla, siete fiduciosi nella sua musicalità pop oppure siete un po’ timorosi perché è una lingua oggettivamente meno maneggevole dell’inglese?
Io scrivo testi da più di quindici anni e inizialmente avevo una sorta di astio nei confronti di questa lingua spigolosa. Come tanti ho iniziato anch’io scimmiottando l’inglese, ma quando ho deciso di scrivere in italiano mi sono reso conto delle sue asperità; anche a livello di emissione vocale si è più limitati. È difficile mettere a nudo quello che si vuole dire, anzi, un cantante tende proprio a sentirsi nudo nel momento in cui deve cantare in italiano: è rischioso quando hai per le mani una canzone rock e devi essere cattivo, specie se non vuoi creare qualcosa che non ti suoni come una canzone di Ligabue. La musica italiana viene associata inevitabilmente al pop italiano, e questo viene a cozzare con l’ambizione di fare qualcosa di diverso. Ma alla fin fine non mi suona male l’italiano abbinato al rock o a generi più duri, è solo questione di orecchio.

La vostra esperienza nelle esibizioni dal vivo vi ha portato a suonare con artisti di chiara fama (Caparezza, Max Gazzè etc.). A quale tra di loro vi ha dato maggior soddisfazione essere affiancati? Con quale tra di loro avete sentito una maggior affinità “poetica”?
È stato bello suonare con i Motel Connection a Catania. È raro per noi suonare con qualcuno che abbia un approccio musicale simile al nostro, con lo stesso interesse per le atmosfere dance, per le chitarre distorte, i synth studiati bene etc. Anche il loro pubblico è simile a quello che vogliamo per noi stessi. Non ci era mai capitato di trovare in Italia artisti di questo calibro con la stessa voglia di divertirsi, far ballare la gente su una base rock con anche un po’ di elettronica bella spinta.

Andrea Lohengrin Meroni