Voto

7

La regista giapponese Naomi Kawase torna a parlare di contatti umani, cimentandosi per la prima volta nell’adattamento letterario con Le ricette della Signora Toku, film presentato con successo al festival di Cannes 2015. Solamente un anno dopo aver incantato il pubblico con il meraviglioso Still Water, questa ultima fatica cinematografica non sortisce lo stesso fascino; l’unico difetto è proprio il non essere una figlia naturale della regista.

Al suo primo tentativo di trasporre un libro su pellicola, infatti, la Kawase non sembra ancora sufficientemente abile nel meticoloso lavoro di taglia e cuci richiesto da un’impresa di questo tipo. Nonostante l’eleganza stilistica della realizzazione, Le ricette della Signora Toku manca della determinazione delle precedenti pellicole, ed è proprio la mancanza di personalità che rischia di fare colare a picco questa piccola perla nei fondali di un dicembre cinematografico colmo di titoli importanti, facendola passare inosservata.

Il film è il risultato di un mix di inquadrature dall’ampio respiro su paesaggi tipicamente giapponesi e di abbacinanti colori pastello accentuati dall’insistenza sui simbolici alberi di ciliegio che, oltre a costituire lo sfondo privilegiato del film, diventano quasi un silente personaggio della narrazione. Il tutto concorre a rendere la storia dell’anziana Toku una fiaba moderna che compiace l’occhio estetico dello spettatore, un’opera più vicina a un dipinto trasposto su pellicola piuttosto che a un libro.

A salvare il film sono anche e soprattutto le vicende umane dei tre personaggi principali. Dopo essersi incontrati quasi per un disegno del destino, le vite di Sentaro, Wakana e dell’anziana Toku si intrecciano indissolubilmente, alleandosi quietamente per superare la solitudine delle proprie esistenze. Questa silenziosa coalizione è caratterizzata dalla parsimonia degli scambi verbali, sostituiti da immagini sobrie dal tocco eccessivamente sdolcinato alla manga shōjo che, se moderato, avrebbe potuto portare questa pellicola a un gradino più alto, invece di privarla del realismo a cui ambisce.

In conclusione, è un film tecnicamente impeccabile, che vanta il delicato romanticismo tipico dei paesi del Sol Levante. Perde, però, in efficacia a causa dell’artificiosità del genere della favola, atto a veicolare allo spettatore una morale impacchettata poco applicabile alla realtà che, al contempo, vorrebbe rappresentare. 

Gloria Venegoni