Voto

7.5

La vita è una guerra quotidiana, sta solo a noi decidere come affrontarla: le nostre priorità, la nostra sensibilità, le nostre necessità determinano la scelta delle battaglie che vogliamo combattere o che finiamo con l’abbandonare. È tutto tremendamente nelle nostre mani. Le nostre battaglie è un film di scelte presenti, passate o future, di bivi che implicano una salvezza ma necessariamente anche una perdita, di sofferta individuazione delle proprie priorità, di tortuosi percorsi verso la conoscenza di sé e di ciò che davvero si vuole.

Il momento della scelta arriva per Olivier (Romain Duris), operaio e padre di due bambini, con improvvisa violenza e lo mette spalle al muro: deve rivedere da capo le sue priorità e le sue battaglie. Aveva scelto il lavoro, la lotta operaia, i diritti dei colleghi, la dignità del lavoro umano contro la digitalizzazione alienante, la qualità contro la quantità, l’empatia contro il cinismo. Questa era la battaglia che si era scelto. Ma il giorno in cui la moglie sparisce senza lasciare traccia, affetta da una depressione latente di cui Olivier non si è neanche mai accorto, tutto cambia, tutto deve cambiare. Olivier e la sua vita, e l’andamento narrativo del film ne asseconda l’evoluzione.

Le nostre battaglie si apre come film di denuncia della condizione dei lavoratori nelle fabbriche – in linea col recente In guerra – restituendo con efficacia un contesto lavorativo spersonalizzante che lentamente straborda nella vita privata dei personaggi. Questo risvolto intimo è l’aspetto che viene indagato dal regista Guillaume Senez, che sulle orme dei Fratelli Dardenne si affida a una macchina a mano sempre addosso al protagonista, per cogliere le sfumature della sua interiorità in crisi e suggellare così il legame empatico tra lui e lo spettatore.

La presa di coscienza di Olivier, che passa prima dalla rabbia verso la moglie, superficialmente accusata di egoismo, poi dalla frustrazione per non riuscire a gestire una quotidianità familiare sempre ritenuta marginale nella dinamica delle sue scelte, è potente: l’alienazione del lavoro operaio si è insinuata nella sua dimensione privata e ne ha lentamente logorato i rapporti interpersonali, rendendolo cieco di fronte ai drammi delle persone care e persino ai sintomi evidenti, seppur silenti, di una malattia che stava annientando proprio chi amava di più. Ed ecco che tra le pieghe di una storia di abbandono e solitudine come tante altre, Senez innesta dialoghi e situazioni struggenti nella loro semplicità, in cui irrompe tutta la dolceamara sofferenza della condizione umana, ed è doloroso per quanto è commovente.

Benedetta Pini