Voto

9

Le mille e una notte – Arabian Night si configura come un mosaico poliedrico e policromo di racconti incastonati l’uno nell’altro, di personaggi grotteschi e di ambienti stravaganti, da cui emerge un ritratto favolistico della società portoghese contemporanea articolato in una trilogia: Volume I – Inquieto, Volume – II Desolato, Volume III – Incantato.

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs dello scorso Festival di Cannes, il film trae linfa vitale da fatti realmente accaduti tra luglio 2013 e agosto 2014 (come specifica il cartello iniziale), periodo in cui la popolazione portoghese è prostrata dalle leggi di austerità messe in atto dalla troika per far fronte alla crisi finanziaria europea. Di fronte a tanta depressione – economica e morale –, il regista Miguel Gomes risponde artisticamente con una commedia umana caleidoscopica dal sapore boccaccesco in cui si alternano scenette assurde e drammatiche, al fine di riflettere i tanti aspetti  di una stessa realtà e di una stessa umanità sbaragliata ma tenace.

Tale dedalo novellistico si inquadra nella struttura delle Mille e una notte, l’opera monumentale della cultura orientale, che dona alla trilogia echi mitologici legandola a una dimensione quasi cultuale del racconto. Come Shahrazade infatti, Gomes racconta per sopravvivere all’assurdità divoratrice del reale: come direbbe Camus, dal momento in cui viene riconosciuto, l’assurdo diventa la più straziante delle passioni. Estremamente appassionato, quindi, il regista sceglie di autorappresentarsi in scena svelando la finzione filmica, per appellarsi senza filtri alla coscienza dello spettatore.

Il tempo non esiste in questa storia: allegorie e mise en abyme vorticano inesauribili in uno spazio proteiforme e atemporale in cui l’umorismo è l’unica arma rimasta a combattere l’assurdità del mondo. I personaggi, uomini e animali, sfilano in un percorso visionario ascensionale che, da uno stadio iniziale di irrequietezza e precarietà, procede attraverso uno stato di massima disperazione e ironia, per raggiungere infine l’incanto, cioè la capacità di sublimare quanto di positivo e nobilitante risiede ancora nella miseria umana. Ne emerge un microcosmo anarchico e labirintico che mostra perché andare al cinema può ancora significare perdersi in un altro mondo.

Giorgia Maestri