A tre anni dal grande successo de Il profeta (Francia, 2009), Jacques Audiard torna dietro alla macchina da presa per raccontare la storia di Stéphaine (Marion Cotillard), un’addestratrice di orche improvvisamente invalida, nel momento in cui si sovrappone a quella di Ali (Matthias Schoenaerts) e del figlio Sam. Una sovrapposizione cromatica, che conferisce alla luce naturale il ruolo da protagonista della fotografia; narrativa, per raccontare il ribaltamento di due esistenze apparentemente inconciliabili ma che lo diventano nella somatizzazione del dolore; musicale, che rende centrale la simbiosi tra Bon Iver e Alexander Desplat, dettando l’andamento emotivo dell’intero film.

Fin dall’intermezzo dell’incipit, infatti, Wash introduce quello che sarà il mood della colonna sonora dell’intero film firmata da Desplat: delicata, minimale e costruita.  In questo senso, l’elemento musicale plasma l’evoluzione del film, soprattutto rallentando le sequenze in cui la sofferenza dei personaggi si manifesta apertamente, in contrapposizione ai (pochi) momenti di silenzio in cui, invece, l’arma del dolore penetra nei corpi dei protagonisti. Quello di Desplat, dunque, è un lavoro pressoché onnipresente nella pellicola, che si fa carico di decelerare la narrazione per sottolinearne i punti chiave e di veicolare il messaggio del film: la speranza, che esplode (e implode) senza una regola precisa, proprio come nella scena in cui Ali accompagna Stéphaine in mare e tra i due scatta un improvviso fulmine di accettazione. La speranza è nella sabbia, la speranza è in ciò che resta, sia che il dolore venga somatizzato individualmente o collettivamente.

L’andamento della soundtrack si oppone con la sua natura morbida alla cruda violenza di cui Ali è vittima, sebbene, paradossalmente, sarà proprio quella violenza a trasformarsi in uno stimolo e permettergli di salvare suo figlio, rivelando la sua natura di persona con un’armatura fragile e un’animo indomito. Per questa natura stratificata e mai immediata dei personaggi, Un sapore di ruggine e ossa è un film difficilmente etichettabile, che esula dai canoni del tipico film drammatico.

Priva della pretesa di insegnarci qualcosa, la pellicola trasmette l’importanza del guardarsi indietro, riflettere sul proprio passato e provare a farci pace: come per Ali, tutto ciò che è sempre stato messo da parte o dato per scontato può acquistare una valenza proprio nel momento più critico, spingendoci a lottare con tutte le proprie forze per tenercelo stretto. Ed è proprio la colonna sonora di Desplat a svolgere un ruolo cruciale in questa riflessione, decomponendo e ricomponendo due personaggi che hanno il coraggio di ritrovarsi nella perdita. 

Davide Spinelli