Moulin Rouge è diventato un classico del genere sentimentale, ma sarebbe riduttivo affermare che il film appartenga solamente a questo filone tematico: con questa pellicola il regista Baz Luhrmann prosegue la sua sperimentale commistione di più generi cinematografici e musicali, iniziata con Romeo+Giulietta di William Shakespeare (1996) e Ballroom – Gara di ballo (1992). Il film, inoltre, si presenta un remake dell’omonima pellicola firmata nel 1952 da John Huston, ma Luhrmann vuole spingersi ben oltre i limiti del semplice musical romantico per dare vita a un ibrido in cui vi sia spazio per il dramma e per la follia, emblematizzati fin da subito dalla travolgente Sparkling Diamonds, brano nato dalla curiosa fusione tra Diamonds Are a Girl’s Best Friends (nella versione di Marylin Monroe del 1953) e Material Girl di Madonna (1984).

La trama ispirata al melodramma La Traviata di Giuseppe Verdi (1853) e racconta la storia di un amore tormentato e utopistico vissuto con profonda intensità dai protagonisti. Nonostante la sceneggiatura non brilli per originalità, il vero punto di forza del film risiede nella colonna sonora, le lyrics si adattano di volta in volta alle situazioni narrative, mentre i ritmi e i generi musicali rimandano apertamente agli anni Settanta, Ottanta e Novanta. I dialoghi, dunque, sono in sostanza costituiti da testi tratti da brani famosi, mixati per creare un’unica, coinvolgente, armonia.

La Parigi bohémien di fine Ottocento trova una raffinata rappresentazione in questo affresco allusivo ed euforico, dove si inseriscono perfettamente spazio brani come Children of the Revolution (1972), impreziosita dalla celebre voce di Bono, o Nature Boy (1947) interpretata da David Bowie, espressione dell’atmosfera volutamente artificiosa del film, un gioco di specchi tra finzione e realtà. In una simile atmosfera allucinata, i protagonisti Christian (Ewan McGregor) e Satine (Nicole Kidman) si muovono con grazia e leggiadria, dialogando con toni dolci e romantici di Come What May piuttosto che di Your Song di Elton John (1969). Questa dimensione sognante si pone in netto contrasto con l’atteggiamento che contraddistingue invece gli altri personaggi: come dimenticare la spericolata performance di Jim Broadbent , nei panni dell’impresario Zidler, sulle note di Like a Virgin della giovane Madonna (1984)?

Tutti i personaggi secondari, ognuno caratterizzato da stili e toni musicalmente differenti, concorrono ad arricchire la pellicola di nuovi elementi sonori e cinematografici, costituendo nel loro insieme un puzzle complesso in cui convivono in armonia tanto la tenerezza di un amore appena nato quanto la follia di un’epoca fin troppo voluttuosa e preda della folle logica del possesso.

Caterina Polezzo

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