Fra i tanti Oscar mancati, uno dei più eclatanti fu quello alla colonna sonora di Into the Wild, il film di Sean Penn amato da chi nel 2007 era nel pieno dell’adolescenza e da chiunque abbia in seguito visto il film mentre attraversava quella complessa fase della vita. Chiamato a collaborare direttamente dal regista, Eddie Vedder si stacca dal grunge rock dei Pearl Jam e compone una soundtrack struggente e malinconica, l’ideale per un racconto figlio della beat generation. La storia è quella di Christopher McCandless alias Alexander Supertramp (Emile Hirsch), un ragazzo di buona famiglia che decide di donare all’Oxfam tutti i soldi ricevuti come regalo di laurea, abbandona amici e famiglia e decide di fuggire dalla società. Inizia così un lungo viaggio on the road che lo porta fino alle terre selvagge dell’Alaska, seguendo le orme di autori letterari indomiti come Thoreau, Kerouac, Tolstoj e Hamsun. 

La colonna sonora contribuisce alla riflessione centrale del film, il binomio inscindibile tra esistenza e solitudine, e lo fa con testi di rara ricercatezza, impreziositi dalle chitarre di Michael Brook e Kaki King che gli conferiscono venature folk, country e bluegrass. Le melodie di Vedder diventano allora il dialogo muto del protagonista con se stesso, e più di tutte lo è Rise, pezzo amaro e commovente che descrive la parabola di una rinascita che per quanto cercata appare ancora lontanissima; ma anche Society, una prosopopea di quello da cui Alexander tenta di scappare. In questo senso, la voce di Eddie Vedder si fa cassa di risonanza della riflessione interiore di Alexander sui concetti di condivisione e isolamento, conferendo alla colonna sonora il valore di una sorta di sceneggiatura parallela che si sovrappone ai campi lunghissimi della pellicola.

Vedder, con la sua musica, ha centrato un tema di una sconcertante attualità: la ricerca della solitudine sacrificando la condivisione come ultimo, disperato tentativo di percepire la propria esistenza. La colonna sonora di Into the Wild riflette sulla necessità dell’essere umano di esistere non per qualcuno ma insieme a qualcuno, contrapposta alla scelta alienante di ricercare la libertà nella solitudine. “Don’t come closer or / I’ll have to go Holding me like gravity are places that pull / If ever there was someone to keep me at home / It would be you” recita infatti il brano più famoso della soundtrack, Garaunteed.

Davide Spinelli