Il sospetto era dietro l’angolo: si tratterà di un film classico, con musica classica, pronto a presentarsi in giacca e cravatta alla sera degli Oscar, per poi magari portarne via qualcuno?

Lanthimos però, non ama le imprese facili e scontate: ha a disposizione un ottimo cast, un budget considerevole e l’attenzione mediatica necessaria… ma lui ci spiazza ancora. Il gioco che il regista greco mette in piedi presuppone che lo spettatore sia costantemente condotto da un polo all’altro, tanto narrativamente – attraverso  sequenze irruente ed ironiche sapientemente alternate, toni da commedia e registro alto ben miscelati – , quanto musicalmente, aspetto su cui ci focalizzeremo in questo articolo. La musica classica, Bach su tutti, incontra le composizioni elettroniche contemporanee di Luc Ferrari, più precisamente la lunghissima e sperimentale suite dal titolo Didascalies, che sarebbe riduttivo definire climax musicale: l’inizio lento e quasi impercettibile non esplode mai in un comparto centrale irruento, anzi accende un focolaio che pian piano si arricchisce di nuovi colori e ci invita a tendere le nostre mani verso quel fuoco, attirandoci verso piacevoli ustioni.

Componente fondamentale della colonna sonora sono anche i prolungati silenzi, alternati all’ossessiva ripetizione di brani o parte di essi in momenti diversi. Così come gli incontri tra la regina e le sue “favorite” paiono il ripetersi quasi ridondante di situazioni sempre uguali ma celano invece  occasioni cruciali in cui le loro relazioni si intrecciano in modo sempre più spiazzante, ecco che anche i brani paiono ossessionarci con pattern ripetitivi  ma svelano elementi sempre nuovi ad ogni riproposizione.

Lanthimos riesce a creare arte musicale e narrativa in una delicata simbiosi di rimarcata ripetitività e sorprendente sperimentazione. Il grottesco di alcuni scambi di battute si miscela con conversazioni di stampo più esistenziale e, parallelamente,  la riconoscibilissima composizione classica che ci aspettiamo di trovare in un film di ambientazione storica è costretta a dialogare con le avanguardistiche idee di Ferrari. La conversazione tra pianoforte, violino, e computer, è un’impresa da folli o da visionari e il cinema del regista greco non smette mai di tentarla.

Federico Squillacioti