C’è una manciata di cineasti che si sono cimentati in documentari che sono come delle grandi opere d’arte, ambiziosi nel contenuto e nella forma, in cui l’immagine è l’assoluta protagonista. Alcuni di loro hanno cercato di comunicare la loro preoccupazione per il mondo moderno: un mondo che è mutato rapidamente e che è parte di tutti noi, perché ci ha creati e ora è nelle nostre mani. Godfrey Reggio è proprio uno di loro. Regista e documentarista americano, ha ideato uno stile di ripresa completamente nuovo con la sua trilogia Qatsi, che si apre con Koyaanisqatsi: Life out of Balance (1982): immagini mozzafiato del pianeta Terra scorrono una dietro l’altra, accompagnate dalla musica minimalista di Philip Glass, per mostrare il magnifico incedere della natura. La trilogia prosegue poi con Powaqqatsi: Life in Transformation (1988) e Naqoyqatsi: Life as war (2002), uniti dal termine “Qatsi”, che nella lingua degli Hopi (popolazione indigena amerindiana che vive nel sud-ovest degli Stati Uniti d’America) significa vita.

Koyaanisqatsi: Life out of Balance, disponibile in versione integrale su YouTube, si apre con le immagini dei dipinti murali dei nativi americani nel Horseshoe Canyon nello Utah, abbinate a canti profondi e bassi. Un accostamento che stabilisce la cifra stilistica della colonna sonora per l’intero film. Lentamente, il fotogramma cambia e nella soundtrack si aggiunge un organo arpeggiato; un motivo musicale metallico che viene enfatizzato man mano che l’inquadratura si spostata su un razzo lanciato in orbita creando una forte rottura rispetto alle immagini precedenti. L’umanità semplice e immediata dei dipinti murali si contrappone al fuoco artificiale, distruttivo e disumano del razzo: è uno shock. Il viaggio del documentario arriva poi fino all’avvento dell’uomo, al dramma della modernità, al mondo per come lo conosciamo oggi e che il documentario disprezza amaramente.

Tutti e tre i documentari sono privi di dialoghi o commento narrativo: le immagini e le fotografie (a cura di Ron Flicke nel primo film) sono rallentate o accelerate, fondendosi con una colonna sonora che diventa la vera protagonista della storia, passando dallo stato naturale delle cose all’industrialismo, al consumismo e alla sovrappopolazione. L’innovazione di Reggio sta proprio in questa scelta: far comprendere attraverso le immagini e i suoni i tempi eterni della natura e il modo in cui noi, come civiltà, ci siamo saltati dentro, rompendo un equilibrio che esisteva secoli prima di noi e di cui non siamo stati in grado di avere cura.

Philip Glass, uno dei pionieri della musica minimalista, ha partecipato alla composizione delle colonne sonore di tutti e tre i documentari con il suo stile inconfondibile: ripetizioni e piccole melodie, organi, archi, sintetizzatori e violini per costruire suoni drammatici e inquietanti. La divisione del documentario in sei movimenti ha permesso una fusione perfetta tra la musica e le immagini, tra i quali spicca Prophecies, un piccolo capolavoro che crea un’osmosi tra strumenti e cori, non lontano da ciò che Hans Zimmer farà poi con Interstellar. In questo modo, Glass è riuscito a orchestrare magistralmente i movimenti ipnotici e lenti delle immagini, tanto quanto i momenti urgenti, veloci e follemente dinamici.

Koyaanisqatsi: Life out of Balance è un’opera poetica, in cui riconosciamo il grido disperato del nostro pianeta e troviamo nuovi motivi per preservare ciò che rimane della natura, creando una nuova empatia tra noi e il mondo, un nuovo equilibrio che possa durare per sempre nel rispetto reciproco.

Anna Bertoli