In un film che vede le emozioni e il sentimento come le dimensioni fondative dell’esperienza umana, la travolgente natura della colonna sonora contribuisce in modo essenziale alla trasmissione di questo concetto. Curata da Hans Zimmer, che prima di Interstellar era noto per sonorità incentrate su ottoni, bassi e percussioni, la soundtrack del film è tutta giocata su un organo a canne e un sintetizzatore: il primo conferisce un tocco paradisiaco, religioso, mentre il secondo crea un’atmosfera spaziale. Ispirata all’intimo legame padre-figlia centrale nel film, le musiche subiscono influenze che vanno da 2001: Odissea nello spazio (composte da Ligeti), ad altre più inaspettate, come Koyaanisqatsi di Philip Glass o i pianoforti rumorosi di James Horner; ma anche l’Ennio Morricone di Mission to Mars. Un insieme di riferimenti da cui Zimmer ha preso le mosse per creare qualcosa di completamente suo.

Alternando il romanticismo del XIX secolo e il minimalismo del XX, la colonna sonora presenta uno spiccato elemento di spiritualità, espresso attraverso il protagonista assoluto del film: l’organo Harrison & Harrison del 1926. Quando Cooper all’inizio (Matthew McConaughey) insegue un drone di sorveglianza indiano, un leggero tocco sulla tastiera crea un suono vorticoso ed etereo che trasmette immediatamente l’attitudine del protagonista: è un avventuriero, un appassionato di rischi, dando una valida motivazione alla sua scelta di lasciare i figli e partire per lo spazio. Non è stata casuale la scelta di quell’organo: Zimmer ha dichiarato più volte che il suo aspetto gli ricordava i postcombustori delle navi spaziali e il suono che scivola attraverso i tubi rimanda all’esperienza degli astronauti, per i quali ogni respiro è prezioso.

Man mano che la trama si infittisce, l’organo si impone con un tocco notevolmente più pesante: scoppia quando il professor Professor Brand (Michael Caine) consegna le chiavi della navicella spaziale e il lavoro della sua vita a Cooper, che era un semplice contadino; oppure cresce quando la giovane Dr.ssa Brand (Ann Hathaway) si stringe la mano con “Loro”, anticipando gli eventi che seguiranno. In un film in cui l’emozione è il motore degli eventi e del coinvolgimento dello spettatore, i momenti in cui l’organo sovrasta tutto il resto si impongono come i nodi fondamentali della narrazione: “L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda dalle dimensioni di tempo e spazio”, dice la Dr.ssa Brand, e Hans Zimmer non fa altro che trasmettere attraverso la musica un’esperienza emotiva così potente da sopraffare la logica.

Il pezzo più sublime della colonna sonora è S.T.A.Y., che accompagna Cooper nel non-luogo/camera di sua figlia Murphy (Jessica Chastain), dove riesce a comunicarle i dati quantistici sulla singolarità grazie al sentimento di amore che li lega. Questo brano è il marchio minimalista di Zimmer, un piccolo insieme melodico formato da organo, coro lontano, sezione di ottoni e suoni della natura che si fa sempre più più intenso mentre procede verso il finale accompagnato da un crescendo dell’organo. Un brano semplice, ma dalla potenza mozzafiato. Lo spazio, invece, non ha suono.

Anna Bertoli