Se dovessimo individuare la caratteristica che ha garantito ad Hayao Miyazaki il titolo di maestro dell’animazione, è qualcosa che va oltre il tratto pulitissimo del disegno, la fluidità delle animazioni e come questi due elementi creino scene incredibilmente vive e dettagliate. La grandezza di Miyazaki sta principalmente nella sua capacità di affrontare in modo lineare e accessibile argomenti complessi e stratificati. E lo fa non solo sovvertendo i canoni della narrazione classica o i ruoli di genere tradizionale – come in Porco Rosso -, ma anche adottando uno sguardo originale e spesso spiazzante sulla realtà, includendo la dimensione del fantastico o del soprannaturale.

Fin da Nausicaa della Valle del Vento (1984), i film di Miyazaki presentano sempre un elemento estraneo e minaccioso, qualcosa di incomprensibile che si rivela infine benevolo e vitale per l’umanità. Basti pensare agli insetti della Giungla Tossica di Nausicaa o agli strani esseri che abitano La città incantata (2001). In questo senso, il film più rappresentativo è Il mio vicino Totoro (1988) – disponibile su Netflix dall’inizio di febbraio –, tanto che la figura del protagonista, tonda e rassicurante pur trattandosi di un essere estraneo al nostro mondo, è divenuta il simbolo stesso dello Studio. La storia è quella di due bambine che – nel Giappone degli anni ’50 – si trasferiscono in campagna per stare vicino alla madre malata. La difficoltà del trasferimento, la necessità di adattarsi a un nuovo mondo e a un nuovo ambiente, unite all’ansia per le sorti della madre non si manifestano direttamente nei comportamenti delle protagoniste, ma assumono le sembianze di buffe creature magiche che le accompagnano alla scoperta della natura che le circonda, rendendo il loro mondo un posto meno oscuro e spaventoso.

Una modalità narrativa che non sarebbe così efficace senza il contributo di quello che dal 1984 è il fido compositore del maestro: Joe Hisaishi. La sua colonna sonora plasma il film ed è a sua volta plasmato dal suo spirito, trasfigurando in musica ogni momento ed emozione. Per descrivere l’elemento fantastico, essenziale nel racconto sonoro del film, Hisaishi questa volta abbandona le emozionanti arie orchestrali che l’hanno reso noto e si affida alle sonorità elettroniche del suo debutto. Come già avvenuto in Nausicaa della Valle del Vento, distorsioni e sintetizzatori sono funzionali a descrivere tutto ciò che è non è umano, che non rientra nell’ordinario, creando un ambiente sonoro consono alla loro apparizione. Ma se nel film del 1984 lo score elettronico delineava scene avventurose e concitate, in Totoro la sua funzione è leggermente diversa: il tema della Casa Stregata, ad esempio, accoglie le bambine al loro arrivo nel nuovo mondo con un suono allegro e giocoso molto lontano da quello che ci potremmo aspettare da una casa stregata, trasmettendo così l’eccitazione delle bambine (che vedono nelle sue travi marce e nei suoi angoli oscuri una fantastica opportunità per giocare ed esplorare) e del loro papà (che esclama di aver sempre desiderato vivere in una casa infestata). Con il solo utilizzo della musica, il soprannaturale che abita il film perde ogni connotazione minacciosa, rivelandosi per quello che è: il frutto delle fantasie infantili dei protagonisti.

Allo stesso tempo, la colonna sonora è a misura di bambino. La canzone dei titoli di testa Sanpo (Passeggiata) è una marcetta in stile Marcia di Topolino: il suo ritmo allegro cattura lo spirito giocoso e “leggero” del film, mentre il testo (opera della scrittrice per l’infanzia Rieko Nakagawa) racconta con parole semplici il piacere della scoperta dei tesori nascosti in un (apparentemente) banale paesaggio di campagna. Ma la colonna sonora sa anche quando farsi da parte, scomparendo per lasciare spazio al suono della natura, come lo scroscio della pioggia o il canto dei grilli, con cui viene delineato il mondo della campagna, accogliente ed eccitante, nettamente diverso dalla città che le protagoniste hanno sempre conosciuto. Il contatto con la natura, i suoi ritmi e i suoi abitanti è la chiave che rende lievi anche i momenti più drammatici, come la malattia della madre o la sparizione della sorella più piccola.

Per ottenere la massima accessibilità del racconto ed entrare in contatto con i suoi spettatori più piccoli, la colonna sonora di Hisaishi fa largo uso di strategie mutuate dalle musiche delle animazioni per bambini. Le tracce si affidano spesso al cosiddetto mickey mousing, una tecnica che permette di tradurre letteralmente in musica ciò che accade sullo schermo. Così la fuga degli spiritelli della sporcizia è accompagnata da una velocissima scala cromatica, mentre la corsa degli aiutanti di Totoro viene raccontata aumentando il ritmo del fraseggio seguendo quello dei loro passi. Inoltre, Hisaishi ha lavorato per creare temi riconoscibili e cantabili, che rimangono facilmente in testa, come quello principale del film, che si presenta circa a metà insieme al primo esserino fantastico. Il tema compare e scompare, proprio come il mostriciattolo, che si rende invisibile per sfuggire allo sguardo della piccola protagonista, finché il grande Totoro e il mondo segreto della foresta non si rivelano davanti ai suoi occhi. Solo allora il tema può esplodere in tutta la forza della composizione orchestrale, potente quasi come la magia con cui il Re del Bosco riporta le bambine sulla strada di casa.

La paura verso ciò che è ignoto, estraneo o diverso è connaturata all’essere umano, e la prima reazione verso qualcosa percepito come tale è il timore o la repulsione. Ma Miyazaki la pensa diversamente: i suoi film sono una gentile spinta ad andare oltre il limite conosciuto ed essere sempre curiosi di scoprire cosa ci sia dietro l’angolo. Un invito a guardare il mondo con il coraggio delle sue eroine e il candore dei suoi giovani protagonisti. E nel caso avessimo paura, c’è sempre una canzone rassicurante pronta a dirci che non c’è niente preoccuparsi e che andrà tutto bene.

Francesco Cirica