Con Django Unchined Quentin Tarantino sceglie di lavorare sugli stilemi degli spaghetti western in omaggio a Django, la pellicola diretta nel 1966 da Sergio Corbucci e interpretato da Franco Nero – che compare anche nel film di Tarantino con un cameo.

Il soggetto, in pieno stile vecchio West – un esule alla ricerca della moglie –, si dimostra la scelta ideale per affrontare il vergognoso e terribile periodo della schiavitù statunitense. Ma del western tradizionale rimane poco, rielaborato com’è da Tarantino con il suo tipico approccio ironico e la sua inconfondibile rappresentazione della violenza.

Nella filmografia di Tarantino la colonna ha sempre rivestito un ruolo iconico, tanto da fissarsi nell’immaginario e vivere di luce propria. Arriva direttamente dal Django di Corbucci il main theme, composto da Luis Bacalov e cantato da Rocky Roberts, che accompagna i titoli di testa e la marcia degli schiavi, introducendo il personaggio di Django (Jamie Foxx). La sequenza di apertura si chiude con il brano The Braying Mule, quando Django, ormai liberato da King Schultz (Christoph Waltz) si avvia verso una nuova opportunità di vita.

La traccia The Braying Mule è tratta invece dal celebre western Gli avvoltoi hanno fame (Don Siegel, 1970) ed è composta da Ennio Morricone. Le musiche del Maestro torneranno altre volte nel corso del film: prima con Un monumento, tratta da I crudeli di Corbucci (1967), e poi con Ancora qui insieme a Elisa, frutto della rielaborazione del classico tema di Lo chiamavano trinità (E.B. Clucher, 1970). Quest’ultima traccia accompagna una scena cruciale del film: la preparazione della tavola prima della cena da parte della servitù, mentre Django si ricongiunge finalmente con Broomhilda (Kerry Washington). La musica scorre in sintonia con le immagini, contribuendo a creare un’atmosfera di suspense che annuncia lo scoppio del dramma, un clima di attesa e tensione.

È tratta da Lo chiamavano trinità anche il tema di chiusura del film, che accompagna il momento in cui Django si avvia insieme a Broomhilda verso la libertà, lasciandosi alle spalle le macerie di quella che un tempo era Cadyland – la sontuosa residenza di Candie (Leonardo DiCaprio), uno dei più crudeli e famigerati latifondisti del Mississippi. Una colonna sonora evidentemente citazionistica e cinefila, che pesca a piene mani anche da altre pellicole che hanno fatto la storia del genere, come I giorni dell’Ira (Tonino Valerii, 1967), Lo chiamavano King (Giancarlo Romitelli, 1971) e Under Fire (Roger Spottiswoode, 1983). È così che Tarantino esprime tutto il suo amore per il cinema western, che traspare da ogni aspetto del film, dal gusto estetico e alle sonorità.

Accanto a tracce quanto mai classiche, compaiono anche – pochi, 5 su 24 – brani inediti, composti dai pesi massimi della musica black contemporanea: i rapper Rick Ross e RZA, John Legend, Anthony Hamilton e 2Pac che duettta con James Brown. Il brano di Rick Ross, 100 Black Coffins, dalle sonorità forti e dal testo particolarmente crudo, segue la sequenza in cui Django minaccia i cowboy al seguito di Candie. Il mash up tra 2Pac & James Brown si dimostra particolarmente calzante alla scena che accompagna: il brano potenzia la sparatoria che segue la morte di Candie, in un crescendo esplosioni, azione, uccisioni e sangue versato nel nome della vendetta di Django.

Tra innovazione e tradizione, vecchio e nuovo, la colonna sonora di Django Unchained si regge su un raffinatissimo gioco di rimandi in piena coerenza con l’impianto della pellicola e, in generale, della filmografia di Tarantino.

Marco Bianchessi

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