Gaspar Noè torna e, ancora una volta, sconvolge tutti, aggredisce le nostre menti, violenta i nostri occhi e riesce persino a molestare (o coccolare?) le nostre orecchie. I protagonisti di Climax sono i membri di una compagnia di ballo riunitasi in un’enorme sala prove per uno spettacolo corale da preparare in pochi giorni; sono ragazzi giovani e pimpanti, pieni di vita, ma adombrati da demoni interiori che angosciano le loro vite. Ed è proprio la colonna sonora a far percepire la presenza di questi tormenti dei loro animi.

Quando i ragazzi decidono di rilassarsi dopo le stancanti esercitazioni organizzano una festa a base di alcool e, a loro insaputa, di droghe allucinogene; la situazione degenera, tramutandosi da party a incubo onirico. Se nella primissima parte del film domina la parola, che permette ai protagonisti di presentarsi allo spettatore e interagire tra loro, ecco che la seconda abbandona il linguaggio per abbracciare la lingua, il significato per il significante, l’organico per l’inorganico. Il discorso diretto cede infatti il passo a brevi interazioni, sguardi, lascive, contatti fugaci o prepotenti; il sonoro sembra prevalere sul melodico, la destrutturazione sull’architettura narrativa ed espressiva, rendendo fieri i deleuziani e i lacaniani più incalliti.

A sua volta la colonna sonora passa dalla club music (Daft Punk), che accompagna l’inizio della festa, all’elettronica progressive/trance (Dopplereffekt), a sostanziare l’intensa e multisensoriale parte centrale. Un andamento dialettico che permane fino all’epilogo: alle sognanti sequenze finali la ballad dei Rolling Stones, Angie, viene accostato a un brano della polimorfa artista inglese Cosey Fan Tutti, dallo stampo industrial contemporaneo, provocando un contrasto brutale e bruciapelo. Così le follie della trama, degna dei rave più sfrenati, si legano indissolubilmente agli ossimori sonori, foraggiando un dialogo estetico-musicale.

Federico Squillacioti