Voto

7

Le confessioni di Roberto Andò è un giallo al contrario. Il climax di fascinosa tensione, all’apice nella prima parte del film, si fa sempre più rarefatto fino a dissolversi completamente in un susseguirsi di frasi fatte di scarso impatto. Se la debolezza della sceneggiatura viene ulteriormente messa alla prova da un montaggio eccessivamente frammezzato, è la regia a risollevare la pellicola: l’uso dei primi e primissimi piani si armonizza con il ritmo del film e le carrellate all’indietro riempiono di profonda eloquenza gli sguardi degli attori.

Nonostante non regga fino alla fine, il magnetismo del film rimane il suo principale pregio. Andò riesce infatti a unire senza soluzione di continuità fatti verosimili di politica e di macroeconomia a situazioni immaginarie di stampo filosofico, religioso e spirituali. Le confessioni è l’incontro di questi due mondi, il primo dei quali, nonostante sembri più potente, si rivela essere nient’altro che uno specchietto per allodole: la vera forza risiede nello spirito, una volta privato di ogni aspetto vano e meramente materiale.

Il senso di immanenza che pervade tutto il film trova il proprio centro di propulsione nel monaco Roberto Salus, il personaggio chiave interpretato da un Toni Servillo come sempre impeccabile, che avviluppa lo spettatore fin dalla prima inquadratura, reggendo alla perfezione l’insistenza della fotografia sul suo viso. Coprotagonista sorrentiniano è l’albergo in cui si tiene il summit, un non-luogo freddo e spettrale circondato da una natura dolce ma immobile, emblema di quella spiritualità salvifica rinnegata da tutti gli ospiti tranne tranne che da Salus.

Benedetta Pini