Voto

9

Che cos’è la normalità? Quali relazioni sono patologiche? Quella tra i protagonisti Lawrence e Fred, nella quale il primo cambia sesso e porta la partner alla depressione? O quella tradizionale tra i genitori di Lawrence, dominata dalla prepotenza del padre che trascinerà la moglie verso lo sfinimento psicologico? Perché solo la prima dovrebbe essere considerata “sbagliata”? Quali sono questi parametri universali che definiscono e rendono accettabili le relazioni? Lawrence Anyways (2012) abbraccia queste domande per accoglierle come spunti di riflessione privi di un punto di arrivo, limitandosi a dipingere le contraddizioni, le nevrosi e le assurdità della condizione umana, senza giudizi né attenuanti: ecce homo, e così sia.

Tre anni prima del patinato e freddamente strappalacrime The Danish Girl di Hopper, Xavier Dolan rappresenta la stessa vicenda, ma ambientandola nella Montréal di fine anni ’80, in un film viscerale, intimo, palpitante e dilaniante, dalla durata fluviale eppure leggiadro. In virtù di una regia mozzafiato e memore di Truffaut che si evolve nel corso del film, Dolan getta lo spettatore nell’intimità più profonda del melodramma: la macchina a mano si avvicina fino al soffocamento nei dialoghi più concitati e carichi di pathos, per poi concedere respiro alla pellicola allontanandosi con lente e ferme carrellate, e ancora le continue false soggettive sovrappongono l’identità dello spettatore a quella dei protagonisti, in un gioco di vicinanza e distanza retto anche dalle slomo, dalle sfocature e dalle inquadrature sgrandangolate.

A intensificare il coinvolgimento dello spettatore contribuiscono inoltre la ricostruzione storica di musiche e costumi, credibilissima nel suo essere struggente e nostalgica, e le performance attoriali, in particolare quella di Suzanne Clément (Fred), che plasma un personaggio squisitamente controverso, una roccia frastagliata da crepe di insicurezza.

L’amore supera le differenze di genere? Emblema della confusione sessuale e identitaria di oggi, il film approda a un finale aperto e malinconico, che non osa rispondere e invita ad accettare la ciclicità dell’esistenza: niente finisce definitivamente, ogni chiusura segna l’inizio di nuovi percorsi, bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dalla brezza della vita e vivere fino in fondo, fino alla fine. Una battaglia oggi corrosiva diventerà salvifica quando i tempi saranno maturi: oggi, forse, ci siamo?

Benedetta Pini