Voto

7

Li avevamo lasciati con le sonorità incisive anni ‘60 caratteristiche del loro album d’esordio, e ora dopo 8 anni tornano in pompa magna.

Fin dal singolo di apertura Aviator, Everything You’ve Come to Expect si aggancia al sound di The Age of Understatement: ritmo travolgente e riff di chitarra furbi, contornati dagli arrangiamenti orchestrali di Owen Pallett personalità incisiva per il suono del gruppo insieme al bassista Zachary Dawes e al produttore James Ford, decisamente più importanti di Kane che, escludendo il singolo Bad Habits, sembra messo in ombra dell’incredibile carisma di Turner.

Dopo un accenno a un’attitudine e a un sound che appartengono ormai al loro passato, quella che ormai è più una coppia di amici che un duo musicale svolta subito il disco verso sonorità rotonde e omogenee che si distaccano dalle influenze precedenti, attingendo piuttosto al soul e alla grande capacità compositiva di Turner. Le metafore onnipresenti, infatti, riportano l’ascoltatore alle atmosfere oniriche e fluttuanti di Submarine e creano un immaginario quasi palpabile: i testi non parlano solo di amore, ma raccontano anche – forse con un pizzico di autoironia – situazioni di routine per artisti sulla vetta del successo, ma al limite del surreale per le persone comuni.

L’omogeneità dell’album lascia comunque spazio a moderate sperimentazioni, come il sound psichedelico della title-track, o quello garage di Bad Habits. Patterns con i suoi archi; The Dream Synapsosis e The Bourne Identity toccano il picco più alto dell’intero lavoro, risultando tra i pezzi più riusciti.

Everything You’ve Come to Expect è un lavoro poco pretenzioso e troppo sicuro, ma per questo anche solido e unitario, in cui le dodici tracce riescono quasi a fondersi una nell’altra. Ed è proprio la capacità di avvolgere, ammaliare e catturare l’ascoltatore senza sconvolgerlo il punto di forza del disco, tanto da lasciarlo per quaranta minuti in un vortice di immagini incorniciate da suoni caldi e scuri.

Eleonora Orrù