Last Night in Soho, ultimo film di Edgar Wright (disponibile in streaming su CHILI e Apple TV) ribadisce l’interesse del regista per il cinema asservito all’intrattenimento puro, fumettistico, di genere. Un genere, in particolare, quello noir degli anni ’40-‘60, che Wright rivisita, riprende giocosamente e cita abbondantemente, rifacendosi a topoi classici e riscrivendoli in una chiave pop, dai colori assordanti e il ritmo incalzante. Sullo sfondo di una Swinging London metropolitana, colorata, edonista e accecante, pervasa di luci splendenti e musiche pop, spensierate e accattivanti, si dipana una storia dai toni dark che lentamente ma inesorabilmente si distacca dalla patina nostalgica legata all’epoca per rivelarne aspetti ben più crudi e drammatici. In una continua oscillazione tra seducenti promesse e amare delusioni, si snoda una storia di formazione dalle tinte femministe.

Al centro del film il topos della femme fatale, qui incarnata dalla talentuosa quanto inquietante Anya Taylor-Joy nei panni della seducente, ambiziosa e misteriosa cantante Sandy, insidiosa come le sue più illustri antenate. Vittima e carnefice al contempo, alla stregua delle bionde glaciali care a Hitchcock, tra cui Tippi Hedren, Kim Novak e Eve Marie Saint, il personaggio di Sandy si muove tra passato e presente in un continuo alternarsi di illusioni, rimandi, ossessioni visive e veri e propri fantasmi, mantenendosi fino alla fine figura ambigua, sfuggente, avvolta nel mistero, come la sua stessa morte.

Similmente al Rebecca di Hitchcock, Wright gioca e riprende il topos del doppio (doppelgänger) per creare una storia buforcata in cui due donne completamente diverse si contendono la scena: un gioco di specchi, rimandi e sdoppiamenti, quello in cui  Sandy “incontra”  il suo opposto, l’Eloise spaesata e insicura interpretata da Thomasin McKenzie, che proprio come la Joan Fontaine di Rebecca viene infestata  dalla misteriosa donna del passato e spinta a una disperata emulazione destinata a sfociare in ben altro. Il neo-noir di Wright cerca invano di andare oltre i classici che tanto fedelmente riprende tramite musiche anni ’60, colori sgargianti e una nota di femminismo a confezionare un pacchetto studiato quanto scontato.

La Downtown London dei primi anni ‘60, colma della voga e della foga Swinging, tra minigonne e cotonature, neon e pop, trascina con il suo fascino vintage in un autentico viaggio nel tempo, assordante quanto la musica che lo accompagna, invitante quanto le luccicanti insegne sulle strade. Tuttavia, trama e sceneggiatura, non ultimo il famoso colpo di scena finale che il regista ha chiesto di non divulgare per salvare fino in fondo la suspense, deludono. Lungi dallo stupire come nei molti finali di Shyamalan, il giallo di Wright non convince e non colpisce, limitandosi a divertire e intrattenere con colori, musiche e quell’atmosfera sempre in sospeso tra sogno e realtà, senza mai osare troppo.

Ma la forza del film è ben lungi da quell’unico, scontato colpo di scena, rimane piuttosto nel gioco di musiche, colori, visioni e suggestioni che il film stesso offre: una carrellata di stimoli visivi e uditivi, un viaggio profondo in un’epoca passata, affascinante quanto crudele, fatta di sogni, illusioni ed eccessi. Wright si concentra sulla prevaricazione, sul lato oscuro di un’epoca che abusa del femminile, presentando uomini che sfruttano le donne in un ambiente maschilista, abusivo e violento. Non a caso, il modello dichiarato da Wright è Repulsion di Roman Polanski, in cui ossessione, abuso e violenza si intrecciano irrimediabilmente. In questo Wright raggiunge l’obiettivo, narrando una storia di formazione in cui la donna è al centro, un noir decisamente in cui la salvifica redenzione finale della protagonista non si ha per mano di un uomo, bensì di una donna, in grado di capirla, perdonarla e soccorrerla, tramite una forma di muta e reciproca complicità in grado di attraversare il tempo. 

Anna Chiari