Voto

7.5

1971, Buenos Aires. Carlos Puch è un ladruncolo con la faccia d’angelo. Non ha ancora compiuto diciotto anni e passa le giornate a ripulire case e rubare motociclette che abbandona per la strada. Tutto cambia quando Carlos incontra Ramòn, che lo introduce al padre, criminale di grande esperienza che inizia i due adolescenti a furti più complessi e all’uso delle armi da fuoco. Carlos perde il controllo: nel successivo anno si macchia di un numero incredibile di assassinii – undici uccisioni accertate a diciassette anni d’età – e di furti; diventa el angel, il più noto e terribile bandito della storia moderna argentina.

Luis Ortega racconta una storia di sangue attraverso un eccentrico e ribaltato percorso di formazione: la macchina da presa segue l’educazione criminale di Carlos da vicino; inquadra a più riprese il suo sguardo allucinato, a tratti inconsapevole; costruisce un’estetica del criminale dai capelli dorati soffermandosi sui particolari del suo viso – la bocca carnosa, il viso perfetto, il corpo ancora giovane, appena sviluppato –. Lo spettatore finisce per essere costretto a un gioco di attrazione e repulsione: a tratti simpatizza con il piccolo angelo della morte (Ricardo Ferro, alla sua prima prova da protagonista, stupisce per forza dell’interpretazione e maturità) e a tratti cerca di razionalizzare la storia, di mettere a fuoco la malvagità acerba e terribile del criminale.  

Le sequenze, piene d’energia, del tutto prive di momenti di pausa o riflessione, scorrono spedite. Il mondo di Carlos, fatto di sparatorie ed eccessi, si sostituisce a quello reale: scompaiono le regole del codice sociale, impera la logica folle, malvagia e incontrollata dell’assassino. La fine della sua storia, che corrisponde giocoforza al momento del suo arresto, non riesce a essere tragica. El angel colpisce in questo: è la rappresentazione irreale d’una storia inspiegabile, tanto inspiegabile e irreale da non poter assumere i tratti d’un racconto convenzionale. Non c’è suspense, non c’è tragedia, non c’è ironia: c’è spazio solo per l’incredulità, per un’immersione totale di oltre centoventi minuti.

Ambrogio Arienti