Voto

10

Sempre in bilico tra sonorità contemporanee e la decadenza che rappresenta con il suo stile apparentemente vintage, Lana Del Rey giunge al suo sesto album in studio dimostrando, a fan e detrattori, quanto le sue abilità da songwriter siano maturate negli ultimi otto anni, realizzando l’album più completo della sua carriera.

Fin dal primo singolo, rilasciato ormai un anno fa, era evidente quanto Ms. Grant fosse pronta a mettersi in gioco: sia Mariners apartment complex che Venice Bitch rappresentano un picco qualitativo raramente raggiunto dalla cantautrice nel corso degli anni. Due ballate dal retrogusto psichedelico e ’60s arrangiate sfarzosamente sotto l’impeccabile regia di Jack Antonoff (già al lavoro con Lorde, Taylor Swift e St. Vincent) che si alternano a momenti più frizzanti come Doin’ Time o più solenni come California (” You’re scared to win, scared to lose/I’ve heard the war was over if you really choose/The one in and around you”). È in The Greatest, però, che Lana Del Rey sfoggia quello che, probabilmente, è tra i versi più amari e a fuoco della sua carriera: “Miss doing nothin’ the most of all/Hawaii just missed that fireball/L.A. is in flames, it’s getting hot/Kanye West is blond and gone/”Life on Mars” ain’t just a song/I hope the live stream’s almost on”.

Norman Fucking Rockwell! rappresenta la scalata di Lana Del Rey per raggiungere i vertici dei più grandi cantautori americani. A giudicare da queste quattordici tracce, mancano davvero pochi scalini all’impresa.

Christopher Lobraico