Voto

9

Sono passati appena due anni da Norman Fucking Rockwell! e Lana Del Rey ha già pubblicato una raccolta di poesie (Violet Bent Backwards over the Grass, 2020), Chemtrails Over the Country Club – di cui scriviamo in questa recensione – e ha in programma di rilasciare un nuovo album in studio la prossima estate. Se il penultimo disco aveva certificato la crescita autoriale della cantautrice, Chemtrails Over the Country Club riesce nel difficile intento di coniugare la sostanza contenutistica e le sonorità che flirtano con il pop contemporaneo di Lust For Life (2017). In cabina di regia c’è sempre lui, il “partner in crime” di Lorde, Taylor Swift, St. Vincent e mente pensante dei Bleachers: Jack Antonoff, tra i produttori più richiesti del panorama alternative pop internazionale.

L’album si apre con White Dress, una riflessione dedicata al proprio percorso nel music business intervallata da un falsetto inedito e – a tratti – quasi stridente. Sin dai primi versi è chiara la direzione tematica del secondo brano, la titletrack: romanticismo grondante di malinconia, la stessa che caratterizza gran parte dei testi di Lana Del Rey da Born To Die (2011), e il sogno americano che si tramuta in un incubo nel finale frastornate e psichedelico. La tradizione musicale statunitense è ricorrente anche in questo nuovo capitolo della sua carriera; dal folk di Dance Till We Die in cui cita le sue ispirazioni principali (Joni Mitchell, Joan Baez, Stevie Nicks e Courtney Love) e For Free (cover di Joni Mitchell in collaborazione con Weyes Blood e Zella Day) al country di Breaking Up Slowly insieme a Nikki Lane, uno dei momenti più cupi del disco in cui fa riferimento alla tragica fine della cantautrice Tammy Wynette (“I don’t wanna live with a life of regret/I don’t wanna end up like Tammy Wynette”). Dark But Just a Game riprende le atmosfere tetre e oniriche che contaminano gran parte dell’album, tornando sull’influenza dei media e dello stardom che spesso condizionano l’integrità di chi, i riflettori, li ha costantemente puntati addosso (“We keep changig all the time/The best ones lost their minds/So I’m not gonna change/I’ll stay the same/No rose left on the vines/Don’t even want what’s mine”). Yosemite, traccia acustica che si snoda tra riferimenti a Edna St. Vincent Millay (“Not like befor when I was burning at both ends”) e registri vocali inaspettatamente alti, suona come una dichiarazione d’amore dai toni solenni e dark nei confronti della canzone americana e di tutte le forme artistiche che ne delineano la sua essenza primordiale, dal folk al blues.

Con Chemtrails Over the Country Club Lana Del Rey dimostra, ancora una volta, quanto la coerenza stilistica possa risultare più appagante della continua rincorsa all’ultimo trend musicale.

Christopher Lobraico