Voto

8

Aki Kaurismäki è sempre stato dalla parte degli outsider. Dopo Miracolo a Le Havre torna a parlare di immigrazione e solidarietà, ma questa volta nella sua Finlandia. Il destino di un rappresentante di camice (Sakari Kuosmanen) e di un profugo della Siria (Sherwan Haji) si incontrano in un microcosmo di periferia, in bilico tra una disillusa alienazione e la fantasia più pura. A fare la differenza sono proprio loro: gli ultimi, gli emarginati, la cui invisibilità permette loro di agire al di fuori delle norme ingiuste di una società di cui diffidano.

Ma non si tratta della costruzione di un nuovo mondo utopico: Kaurismäki vuole solo mostrare e cercare di capire le falle di un’Europa che non funziona attraverso una sua trasposizione in miniatura, in uno strampalato ristorante tenuto in vita esclusivamente dalla solidarietà. Con una regia essenziale, una recitazione antinaturalistica e una fotografia desaturata Kaurismäki scardina le aspettative del cinema politico tradizionale, sentimentalista e buonista, limitandosi a indagare una solidarietà atemporale (se non fosse per l’inserto di un telegiornale sulla questione siriana) semplicemente umana. Eppure, L’altro volto della speranza ha una presa formidabile sul reale in virtù di un raffinato distacco ironico – a tratti esilarante, a tratti straniante –, che permette un’analisi più lucida e completa. Quello di Kaurismäki è un quadro surreale la cui potenzialità comica viene attualizzata da un montaggio dalla precisione cronometrica, che procede per pause, vuoti, giustapposizione di attimi e lenti movimenti di una camera solo raramente a mano e quasi sempre fissa per evitare ogni retorica o pathos superfluo.

Come in I, Daniel Blake, è in gran parte la rigidità della burocrazia a rendere inefficace l’intervento istituzionale: i personaggi si ritrovano costantemente ingabbiati in inquadrature simmetriche e geometriche che li opprimono, accentuando il loro status di reietti ai margini della società.

Benedetta Pini