Voto

5

22 giugno 1983. La quindicenne Emanuela Orlandi scompare dando inizio a uno dei casi più controversi e oscuri della cronaca italiana. Le congetture avanzate negli ultimi trent’anni sono molteplici, ma nessuna ha saputo convincere la Procura Italiana, che nel 2015 ha archiviato definitivamente le indagini.

Roberto Faenza tenta di fare luce sulle vicende dando credito a una potenziale nuova pista emersa solo nel 2008 quando Sabrina Minardi, ex amante di Enrico De Pedis, un esponente di spicco della criminalità romana, rilasciò decisive dichiarazioni sul coinvolgimento nel rapimento della Orlandi non solo di De Pedis stesso, ma di diversi esponenti delle alte sfere vaticane. Scegliendo di limitare la narrazione a quest’unica ipotesi investigativa, Faenza compie un’operazione arbitraria, incompleta e poco accurata. Inoltre, l’espediente finzionale di un’ipotetica inchiesta giornalistica condotta da un’emittente straniera consente un’esposizione dei fatti ordinata ma meccanica e artificiale; la narrazione, poi, si perde in un confuso turbinio che chiama in causa troppi elementi (da Mafia Capitale alla Banda della Magliana, da Marcinkus e il crac del Banco Ambrosiano allo scandalo di Calcioscommesse).

Sebbene scevra da inutili patetismi, la scrittura è banale e talvolta grossolana. Gli inserti documentari, pur frequenti nel film, appaiono casuali e poco valorizzati, l’uso accennato del bilinguismo pare stridente nonché pretenzioso e il livello dell’interpretazione mediamente basso  – Riccardo Scamarcio, sorprendente nel recente Pericle il Nero (Stefano Mordini, Italia/Belgio/Francia, 2016) qui è fuori parte e poco convincente.

Giorgia Maestri

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