12 settembre 1964, Firenze, prima proiezione pubblica di Per un pugno di dollari, pellicola firmata da tale Bob Robertson (pseudonimo di Sergio Leone) e interpretata da Clint Eastwood, attore ancora sconosciuto ma che ben presto, proprio grazie alla Trilogia, sarebbe entrato nell’Olimpo degli attori hollywoodiani. Il regista decise di usare uno pseudonimo per ovviare allo scetticismo dello spettatore medio di fronte a un western firmato da un regista italiano, ma il risultato fu sorprendente e la critica Italiana si trovò davanti un western tanto atipico da rivoluzionare la storia di un intero genere: lo “spaghetti-western”.

A differenza del modello Hollywoodiano, il “western all’italiana” si ambienta vicino al confine con il Messico; un luogo violento, dove gli equilibri tradizionali tra cowboy e fuorilegge vengono meno per dare spazio a protagonisti che non sono più eroi. Probabilmente è questo lo shock più violento che Sergio Leone provoca allo spettatore degli anni ’60: il protagonista di Per un pugno di dollari non è il cavaliere idealista senza macchia e senza paura che si batte per la libertà, ma un giustiziere astuto, cinico e sanguinario. In Per qualche dollaro in più (1965) sarà un sicario silenzioso e opportunista dallo sguardo penetrante, che ne Il buono, il brutto e il cattivo (1966) arriverà addirittura a raggirare la giustizia. L’eroe italiano non è allora un uomo buono, ma semplicemente qualcuno che è meno cattivo di chi viene considerato un criminale, che approfitta dei conflitti tra fazioni per trarne vantaggio. Lo spettatore della metà degli anni ‘60 non poteva che collegare questi triangoli conflittuali alle tensioni tra Stati Uniti e Russia, in mezzo ai quali si trova il protagonista approfittatore e arrivista, ovvero un’Europa ante litteram.

Sergio Leone non cambia solo le regole del gioco, ma anche il modo di metterle in scena. Il regista si esprime attraverso una nuova grammatica del montaggio, capace di passare con disinvoltura da ampi totali a primissimi piani attraverso zoomate improvvise in grado si suscitare un’inquietudine fino ad allora sconosciuta, tutta giocata sulla sospensione e dilatazione del tempo. Gli scontri finali tra i personaggi di Sergio Leone hanno infatti una durata media di otto minuti, il doppio rispetto alla tradizione classica, che conferisce così una nuova forma al momento canonico del duello.

In questo senso, risulta essenziale l’uso delle colonne sonore, alle quali va accostato il nome del Maestro Ennio Morricone, destinato a influenzare significativamente i colleghi compositori. La musica acquista infatti un ruolo fondamentale nella connotazione emotiva della sequenza, pilotando la crescita progressiva della tensione. Per ottenere questo risultato il Maestro si serve in maniera pervasiva di un insieme di stati sonori differenti, che tra loro si uniscono e confondono gradualmente: gli scontri a fuoco sono caratterizzati da tempi che progressivamente si dilatano, le apoteosi epiche vengono accompagnate da archi maestosi e quando il pathos cala si torna ai suoni delle trombe messicane e della chitarra acustica, uniti al sibilio del vento.

A rendere inediti i suoni dei film di Sergio Leone non sono solo le caratteristiche intrinseche alla colonna sonora, ma anche il modo in cui la soundtrack si relaziona con le sequenze visive. Nel duello finale di Per qualche dollaro in più, per esempio, il ritmo oscillante della narrazione scandito dall’orologio da tasca dell’Indio si fonde con gli archi di Morricone, per poi interrompersi improvvisamente e ripartire con trasfigurazioni musicali elettroacustiche, alzando a un livello altissimo la tensione della scena. Si ritrova la medesima progressione nel finale de Il buono, il brutto e il cattivo: la musica, arrivata al culmine mentre le inquadrature si stringono su primissimi piani, non si interrompe, ma segue un moto ondulatorio che aumenta la suspense in maniera esponenziale e ritarda all’estremo l’orgasmo ludico dello spettatore, il quale potrà godere solo all’ultimo istante della rapida sequenza di spari, immersa in una dimensione grottesca e surreale.

Sergio Leone è riuscito con successo a cambiare e fare suo un genere legato a una tradizione lontana da quella italiana, cambiandone temi, stile e caratteristiche, modificando la concezione tradizionale di bene e male al fine di proporre una rappresentazione più verosimile di quell’epoca.

Filippo Fante

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