Voto

7.5

Gianluca Didino, saggista e scrittore italiano di stanza a Londra, scrive nel suo recente saggio Vivere senza casa (Minimum Fax, 2020) che oggi per molte persone è difficile definire “casa” la propria abitazione, o le molte abitazioni, in cui ci ritroviamo a vivere, spesso costretti a trasferirci al di là della nostra volontà. Siamo cervelli e braccia in fuga, senza destinazione e senza più un vero focolare domestico che ci rassicuri. È da questo assunto che prende le mosse il thriller/mistery La stanza (disponibile su Amazon Prime Video), che ha come protagonista proprio la casa, intrecciata intimamente ai legami familiari che si formano, si spezzano e si ingarbugliano al suo interno e a quei segreti che cerchiamo di nascondere tra le pareti o sotto al tappeto. Tradimenti, rancori, rapporto genitori-figlio, sono infatti le tre colonne portanti di questo film, che si regge su un mistero sapientemente intrecciato, innescato dall’ingresso di uno sconosciuto (Guido Caprino) nella casa di una donna in procinto di suicidarsi (Camilla Filippi) prima che il marito ritorni a casa.

Al centro, una stanza chiusa che sembra celare al proprio interno la risposta sulle vere identità dei protagonisti, come fosse un cassetto della mente relegato nell’inconscio, lontano dai ricordi di cui disponiamo. Come la psicanalisi teorizzato – e Lynch applicato quasi alla lettera in Strade Perdute -, la casa è anche questo: una metafora spaziale dei cunicoli della psiche di chi la abita, la vive e la struttura, dove possiamo sentirci al sicuro o, al contrario, dove si slatentizzano pattern potenzialmente pericolosi o malsani. Ma La stanza è molto di più che un mistero ben scritto. Quando lo sconosciuto parla di un suo viaggio in Giappone cita un curioso servizio offerto da alcuni bar locali: i membri dello staff si fingono parenti su richiesta del cliente, servendo caffè e pietanze come se fossero la madre, lo zio o la nonna, a piacimento. Solo proseguendo con la visione verrà chiarito il legame dell’aneddoto con la trama, ma questo racconto resta un potente monito a riflettere su quanto le narrazioni contribuiscano a plasmare, a volte a creare, la realtà – impossibile non pensae ad Alps di Yorgos Lanthimos.

Perdonando qualche colpo di scena sopra le righe e una fin troppo marcata pretesa di fare giungere i protagonisti a una redenzione morale nel finale, durante la visione non potrete fare a meno di chiedervi quanto possiamo essere disposti a mentire, chi riusciamo a cancellare dalla nostra memoria e chi invece conserviamo avidamente, anche a costo di trasfigurarne completamente l’aspetto intimo, emotivo ed estetico.

Federico Squillacioti