Voto

7

Per la regista e produttrice yemenita Khadija Al Salami La sposa bambina non è un semplice film di denuncia contro la pratica dei matrimoni precoci; è la trasposizione di un’esperienza personale, sebbene non si tratti della sua.  Con un taglio profondamente realistico il film mostra una realtà arretrata e maschilista: il pregio della pellicola è proprio quello di evitare ogni forma di patetismo grazie a inquadrature ampie che difficilmente si soffermano su primi piani e al tentativo, ben riuscito, di portare davanti allo spettatore una molteplicità di punti di vista, come a sottolineare che la realtà orientale non deve essere giudicata con superficialità dalla mentalità occidentale.

Khadija Al Salami analizza nel profondo la cultura rurale yemenita, ma ancor più si avverte la volontà di portare alla luce un problema cruciale del nostro presente: lo Yemen è un Paese in cui è in corso una graduale modernizzazione, ma non potrà avere realmente effetto se non si combatte in primo luogo l’ignoranza della popolazione più povera. La regista, infatti, non condanna i parenti di Nojoud e si limita a mostrarne lo spaesamento davanti a una giustizia che non conoscono e di cui non si fidano, così lontana dai radicati valori tradizionali.

Questa critica non risparmia l’universo femminile: la rassegnazione e l’attaccamento a norme culturali ne promuovono la sottomissione agli uomini ma, allo stesso tempo, rappresentano tutto il loro mondo, per quanto limitato possa essere. In questo scenario, dunque, la storia di una bambina di appena dieci anni che ottiene il divorzio rappresenta un evento straordinario, indice di un primo passo verso un incontro tra tradizione e giustizia.

     Caterina Polezzo