Dalle radici britanniche alla scena bergamasca, i Vanarin sono riusciti a distinguersi nel panorama italiano per la loro potenza sonora, identitaria e espressiva. Già a partire con il loro primo EP, Vanarin, si percepiva la forza vocale del cantante e songwriter David Paysden, che domina le progressioni armoniche e le ritmiche energiche, e la potenza caratteriale dell’intero gruppo. L’anno scorso è uscito il primo full-length del collettivo, Overnight (2018, Woodworm), un ottovolante di suoni dinamici e moderni. A poco più di un mese dall’uscita di Don’t Pick Me Up, li abbiamo raggiunti in sala prove per farci raccontare della nuova direzione che ha preso la loro scrittura, di quanto le cose siano cambiate da Overnight e di quanta voglia abbiano di uscire dall’Italia per portare la loro musica allo step successivo.

È raro ascoltare canzoni dal sound pieno come il vostro nel contesto dell’alternative-rock e in generale in quello della musica indipendente. Progetti come questo in Italia ce ne sono davvero pochi. Come è nato il concept iniziale dei Vanarin?
David
: Scelte artistiche precise ne abbiamo prese più adesso che prima, quando la filosofia generale era suonare e scrivere insieme. I Vanarin sono nati inizialmente da me e Marco (chitarra), col tempo abbiamo conosciuto Massimo (basso) e Marco (Brena, batteria).
Marco: Penso che prima fossimo più disuniti a livello artistico: eravamo in cinque e tutti portavamo brani o idee di tutti i tipi. Adesso abbiamo lavorato verso una maggiore compattezza nel sound e nelle intenzioni. Al di là delle influenze, è la ricerca del colore giusto per definire tutti noi.
Brena: Infatti Overnight lo consideriamo come un passaggio: era la prima volta che suonavamo tutti insieme dopo l’EP Vanarin e il lavoro sul disco è stato ricco e centrifugo, quasi senza direzione.
Marco: Il fatto che tutti suonassero tutti gli strumenti ha portato molto all’iper-arrangiamento di tutte le canzoni, e a un’eterogeneità nel prodotto finale.
Massimo: In realtà, a guardarne il lato positivo, è stato un disco che ci è servito molto come tramite verso un suono più completo: scoprire cosa ci piace e cosa no, capire quali errori non ripetere.
David: Con questa nuova direzione stiamo anche lavorando sulla nostra personalità come gruppo, la nostra identità.

Già con Vanarin, l’EP d’esordio, si percepiva la vostra passione per la ricchezza armonica, per le progressioni articolate e solide. Penso soprattutto a Sunburst Slowly e a You Know What’s Coming. Anacronistico come approccio, se guardiamo all’essenzialità di gran parte della musica contemporanea
Massimo: Sunburst Slowly è uno dei pochi pezzi di quell’EP che ancora suoniamo dal vivo: lo abbiamo rivisitato, scarnandolo parecchio, e il feedback è stato positivo. Lo show adesso è più unito e ci divertiamo molto di più, anche perché adesso ciascuno di noi ha meno strumenti a cui pensare e siamo più liberi dal pensiero dell’esecuzione. Il risultato è davvero fluido.
Marco: Paradossalmente da quando abbiamo definito meglio i ruoli, ci siamo aperti anche a metodi lavorativi più di gruppo.
Massimo: Era un’approccio per nulla contemporaneo, molto progressive.
David: Il passo più importante che abbiamo fatto, e ci siamo arrivati proprio grazie al nostro voler fare troppo, è stato cercare di rendere al massimo il nostro strumento nel brano, senza aggiungere elementi che non danno nulla in più ai brani. Non ricordo la fonte, ma c’è una citazione che mi colpì particolarmente quando la lessi: diceva che, parlando di scrittura, se trovi una frase che ti fa dire: “Wow, che roba! Stupenda”, la devi eliminare immediatamente, perché se ti attacchi emotivamente troppo a una tua creazione, invece che fare il bene dell’opera, farai il bene di quel singolo frammento.
Marco: A pensarci, proveniamo tutti da un’approccio alla musica molto da sala prove, una mentalità che secondo me è davvero cambiata nella musica contemporanea: adesso c’è Ableton e il beat, per noi era tutto una jam. Da lì è stato davvero importante snellire i nostri suoni e lavorare nell’ottica del brano. Anche a livello di strumenti, meno elementi ci sono e più la tua creatività è stimolata: la strumentazione che usi, che c’è in sala in quel momento, definisce quello che sei e rappresenta quel preciso momento artistico. Ci siamo molto concentrati su quello che siamo, in questo senso: io sono il suono metallico della Jaguar che ho da quando ho quattordici anni, per esempio!

Overnight è stato apprezzato e riconosciuto come opera di grande valore. Da lì, tantissimi live in giro per l’Italia, ma anche qualche naso storto per la verve meno violenta del primo lavoro. Cosa ha rappresentato per voi l’album e la sua genesi rispetto al passato?
David: Abbiamo notato che con l’uscita di Overnight abbiamo vissuto per la prima volta le aspettative delle persone, che ovviamente nel primo EP non sussistevano. Eravamo sicuri che sarebbe stato apprezzato ed eravamo quasi troppo certi che avrebbe soddisfatto chi ascolta la nostra musica. Lì ci siamo resi conto che questo disco è davvero molto diverso dalle canzoni dell’EP: con quelle avevamo dato un messaggio chiarissimo sulla direzione del gruppo, con l’album invece abbiamo cambiato tutto, basti pensare che il singolo Holding è l’unico ad avere quel sapore pop che nel corso del disco non emerge quasi mai.
Brena: Con il senno di poi e guardando a quel periodo, rivediamo noi stessi in una fase di crescita e di maturazione. Ci è servita per progredire, era giusto che succedesse.
Massimo: Come sempre, quando sei completamente immerso in qualcosa, non hai la lucidità necessaria per capire cosa c’è di buono e cosa c’è da migliorare in quello che stai facendo. Guardando a questi anni, ne abbiamo fatte di mute di pelle, e altre ancora sono in atto. Overnight è stato sicuramente una transizione, già in corso d’opera ci accorgevamo che era diverso da quello che avevamo fatto, e per fortuna diverso anche da quello che stiamo facendo.
David: Al di là di tutto, io sono molto fiero di quel disco: secondo me rimane molto apprezzabile a livello musicale ed è stato un buon lavoro.
Marco: Secondo me tra un anno faremo noise-punk e diremo le stesse cose che abbiamo appena detto di Overnight sulle canzoni di oggi!

È uscito da pochissimo il vostro ultimo singolo, Don’t Pick Me Up (2019, Instance Records): essenziale e diretto, sembra quasi rendere più accessibili concetti e impalcature che invece vengono espresse dal disco. In che cosa risiede l’equilibrio fra la ricchezza e la semplicità nella musica, in questa scena?
Marco:
Una volta ho sentito un’intervista a Jay-Z, proprio nel periodo di scrittura dei nuovi brani, in cui esprimeva le cinque chiavi del successo. Ne ricordo due che mi hanno colpito particolarmente: una era fare ciò che stai facendo, ma nel modo più semplice possibile, e l’altra era trovare la ragazza più bella della città e sposarla. Quest’ultima non c’entra un gran che, però fare le cose nel modo più semplice possibile è stata la vera linea guida di questi nuovi pezzi. Questo limitarsi stuzzica davvero la creatività, più definisci un ruolo e più hai spazio per esprimerti al cento per cento!

Si è parlato impropriamente di “scena”, visto che il progetto Vanarin è davvero borderline in Italia: non deve essere stato semplice affermare la vostra musica contro la wave dell’indie italiano in cima agli ascolti.
David:
In realtà, siamo ancora alla ricerca di una scena che possiamo definire “nostra”, perché qui in Italia sicuramente non c’è ancora. Ci sono tante altre cose belle in Italia, ma  adesso più che mai ogni gruppo che inizi a cantare in inglese è fuori dal panorama musicale più in voga in Italia: bene o male, gli unici gruppi anglofoni a girare in Italia sono quelli che sono in giro da un po’.
Marco: Chi canta in inglese ha sicuramente bisogno di aiuto e di una maggiore spinta, rispetto a un’altro che canta in italiano e si rifà a questo movimento così presente in questi anni. Secondo me però la gente si sta anche un po’ rompendo dell’indie. In generale non mi ci ritrovo molto, personalmente, però ci sono sicuramente delle vere perle: ho sentito Giorgio Poi dal vivo e mi ha davvero colpito la bravura della band e la ricchezza del suono, anche Colombre è un artista di assoluto valore. Sono questi i musicisti che ripropongono l’approccio del cantautorato finalmente in modo fresco e innovativo, si percepisce la sostanza sotto alla patina che li associa alla scena indie italiana contemporanea. Ormai però viviamo in un mondo in cui si può vivere nel paesino più sperduto dell’India e suonare come un musicista di Los Angeles: si può davvero crescere in un contesto, pur avendo dei “genitori musicali” del tutto distanti da esso.
Massimo: Sicuramente quello che facciamo è più a suo agio in un contesto che non è l’Italia. Siamo cresciuti con musica straniera, quindi è normale che ci sentiamo un po’ fuori luogo in questo panorama.
Marco: Ora come ora, è quasi impossibile che si crei un collegamento serio fra i Vanarin e le persone che ascoltano la nostra musica: per questo stiamo cercando di andare all’estero.
David: Se penso al fatto che la maggior parte delle persone che ci ascoltano non capiscono immediatamente quello che viene detto nei testi, mi accorgo che è un gran peccato: cercare di muoversi di più oltre i confini significa anche rivolgersi alla gente giusta, alle persone che possano capire la nostra musica nella sua interezza.
Marco: Che poi non è nemmeno detto che chi canta in inglese non possa fare delle belle cose in Italia: ci sono realtà artistiche che davvero riescono a comunicare con il proprio pubblico, anche al di là della musica in sé.

Il vostro approccio alla scrittura è assolutamente anglosassone: dalle progressioni alla componente ritmica – sempre molto groovy e sincopata – si percepisce davvero l’aria dell’alternative inglese e i suoni sono assolutamente internazionali. Quanto ha influito, in questo senso, il ruolo di David in fase di scrittura?
Marco:
Per come l’ho vissuta io, ma anche Massimo e Marco (Brena), prima di iniziare a suonare con Dave avevo una mentalità molto jam session: ci troviamo in sala, suoniamo, fumiamo sigarette, facciamo video con lo zoom e poi scremiamo. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme, ho scoperto un approccio più da songwriter “beatlesiano”, in un certo senso. Ricordo ancora i primi tempi, le discussioni sul modo di approcciare le canzoni: secondo me il suo modo di fare ci ha fatto molto bene, perché adesso è davvero completamente assimilato alla dimensione Vanarin, con il suo approccio di scrittore di melodie e unito alle idee nostre e a ciò che emerge insieme. Nel momento in cui si capiscono le doti che ciascuno possiede e in cui si mette a disposizione del progetto il proprio talento, lì davvero viene fuori l’armonia, mentre quando tre persone sanno fare tutto e pretendono di fare tutto.

Anche quest’anno siete saliti su palchi molto in vista, ma soprattutto siete reduci dal vostro primo concerto in Germania, al Festival di Heidelberg. Com’è andata?
David
: Sehr gut!
Marco: Hanno delle bevande fuori di testa! Il vino in bottiglia mischiato all’acqua…
Massimo: È stato tutto bellissimo, bevono tutto gassato in effetti! Dopo nove ore di camper siamo arrivati in questa ex-zona industriale, sembrava di essere in un posto losco, poi invece nel palco interno suonavano tre band, noi fuori con un DJ che suonava ad ogni cambio palco, con la gente che impazziva, super presa bene!
Brena: Erano davvero presi bene per qualsiasi cosa, era bellissimo suonare davanti a loro!
David: Anche l’organizzazione è stata davvero precisissima e perfetta: era tutto pronto per suonare e tutto era settato alla perfezione. Anche in quello secondo me in Italia siamo un po’ indietro, è stato bello scoprire un’altra realtà live.
Marco: La gente è stata davvero la cosa più bella di questa esperienza. Sarà che venivamo da una serie di date in cui c’era poco pubblico e poca presa bene, eravamo arrivati a chiederci che cosa stessimo sbagliando nello show… in Germania è stata una delle poche date nell’ultimo anno in cui davvero tutti erano dentro la nostra musica, hanno ballato per tutto il tempo e tutto è successo con grande spontaneità: sicuramente uno dei concerti più belli che abbiamo fatto!

Riccardo Colombo