La ricompensa del gatto, film prodotto nel 2002 dallo Studio Ghibli, grazie a Lucky Red è arrivato per la prima volta nelle nostre sale il 9 e 10 febbraio scorsi, dopo una prima presentazione al Future Film Festival del 2005. Nato come corto commissionato da un parco giochi allo Studio e assegnato a una delle sue nuove leve, una volta ritirata la proposta iniziale diventò un lungometraggio autonomo diretto da Hiroyuki Morita.

Si tratta di uno spin-off de I sospiri del mio cuore. Due personaggi minori del film del 1995 diretto da Yoshifumi Kondo e scritto da Hayao Miyazaki tornano, ma come protagonisti: ritroviamo Muta, il gatto ciccione che la protagonista Shizuku incontrava in metropolitana e seguiva fino al quartiere surreale (disegnato da Naohisa Inoue) in cui si trova il negozio di un anziano antiquario; mentre prende ora vita la statua del gatto antropomorfo Barone che la ragazzina aveva visto in quella stessa bottega. Filo conduttore tra i due film è il romanzo che Shizuku accenna di voler scrivere, pensando proprio a Barone come protagonista, esattamente il ruolo che rivestirà ne La ricompensa del gatto. Si ripresentano anche alcune tematiche, come la difficoltà dell’adolescenza nell’approcciarsi al ragazzo di cui si è innamorate, e atmosfere, si pensi soprattutto alle nette somiglianze tra il negozio dell’antiquario e quello di Barone, ma anche ai quartieri in cui si trovano, dove si respira quella stessa aria decadente e romantica tipica delle piazze ottocentesche dell’Europa centro-orientale (Praga, Vienna, Varsavia).

la ricompensa del gatto

In questo più recente lungometraggio il mondo, però, si sdoppia: oltre alla dimensione normale e umana, a cui appartengono la protagonista Haru e i due mici che la aiuteranno, ci si imbatte nell’universo parallelo dei gatti – a forma di zampa felina – fatato e al contempo inquietante alla Alice del Paese delle Meraviglie. È infatti con il passaggio a quest’ultimo mondo che al film d’avventura fantastica si sovrappongono delle pennellate più fosche che aumentano nettamente la suspense. Questo iter affrontato dalla protagonista, sebbene rischioso, si rivelerà necessario e fondamentale. Si tratta, infatti, di un percorso di formazione, un viaggio alla scoperta di se stessi, della propria sicurezza e identità, così labile in età giovanile; alla fine Haru non sarà più una bimba insicura e immatura ma diventerà una donna, e il cambio interiore si riverbera nell’aspetto e nei comportamenti: cambiano i suoi vestiti, la sua acconciatura, è seduta composta con le gambe accavallate, ha preparato il pranzo per la madre ed esce di casa a mo’ di vera “donna in carriera”.

Dal punto di vista estetico il film si distanzia nettamente dagli altri prodotti dello Studio Ghibli: i disegni sono più semplici e stilizzati in stile vecchia scuola, mentre il ritmo dell’azione e il susseguirsi degli eventi passano in primo piano, a discapito della cura per le atmosfere e le ambientazioni. Si può riconoscere, comunque, l’impronta dello Studio nella caratterizzazione dei personaggi: una protagonista squisitamente femminile e in contatto con la natura, affiancata da figure virili raffinate e colte che ricordano i modi del Dandy ottocentesco (si pensi a Howl de Il castello errante di Howl, 2004) e con quel pizzico di umorismo non convenzionale incarnato da Muta.

Benedetta Pini