La ricerca della felicità (2006) di Gabriele Muccino è un film straziante, ancora di più se si pensa che è ispirato a una storia vera di disgrazia esistenziale e crisi economica. La trama è tanto lineare quanto drammatica: Chris Gardner, padre di un bambino di cinque anni, viene abbandonato dalla moglie per motivi legati ai loro problemi economici. Dopo vari tentativi di trovare un impiego, l’uomo riesce ad ottenere un posto da stagista non retribuito presso una società di consulenza. Solo e senza sostegno finanziario, Chris cerca di sopravvivere insieme al figlio dormendo nei ricoveri per senza tetto o nei bagni pubblici della metropolitana. Spinto dalla forza volontà di chi è determinato a superare ogni difficoltà, non si arrende e continua a lottare per cercare la felicità per sé e suo figlio.

Interpretato magnificamente da Will Smith, Chris rappresenta le nostre scelte, le nostre paure, i nostri pensieri: semplicemente, è il lato inconscio di noi. Grazie al un taglio registico pacato e controllato, Muccino realizza una messa in scena insolita, in cui corna, urla, pianti e crisi adolescenziali cedono il posto ai silenzi, all’umiliazione di un padre che nonostante tutto decide di lottare per (in)seguire il “sogno americano”. La sceneggiatura procede con la stessa attitudine: porta sullo schermo la semplice realtà quotidiana, spolpando i dialoghi per dare precedenza agli sguardi di un padre che cerca di tutelare e salvare l’innocenza del figlio. Muccino, semplicemente, toglie: toglie battute superflue, toglie movimenti di camera esagerati e inutili, soprattutto toglie la musica strappalacrime che snaturarerebbe una narrazione già di per sé drammatica. Schivando così il rischio di scivolare nella superficialità, nel patetismo e nel vittimismo, Muccino conferisce alla storia una nota naturalistica che rende il film credibile, coinvolgente e intimo.

Il film riscosse un grandissimo successo di pubblico e critica, ribaltando l’opinione che i giornalisti del settore avevano di Muccino: da quel momento la sua carriera non solo è decollata, ma si è anche smarcata dalle aspre critiche dei suoi primi film. Se per il regista gli incassi e i “numeri” sono sempre stati dalla propria parte, la critica italiana ha infatti speso spesso aspre parole nei confronti dei suoi film (vedasi Come te nessuno mai, 1999, o L’ultimo bacio).

Velitchka Musumeci