1. Scacchi, droga e Rock ‘n Roll

Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 lo scacchista americano Bobby Fischer fu il primo americano a diventare campione del mondo di scacchi, strappando il titolo agli imbattibili giocatori sovietici. Grazie anche alla sua personalità eccentrica, Fischer diventò una star, conquistando la copertina di Sport Illustrated e un seguito impressionante che rese gli scacchi popolarissimi in patria e in tutto il mondo. La serie riporta il pubblico a quelle atmosfere, ricostruendo l’insospettato fascino degli scacchi, una guerra di cervelli in cui emerge una nuova regina. La protagonista della serie, Beth Harmon (Anya Taylor-Joy), ha lo stesso fascino magnetico e la sfrontatezza di Fischer, mescolata con il genio sregolato di un campione come Mikhail Tal, del quale ricorda lo stile spregiudicato disposto a sacrificare qualsiasi cosa per la vittoria. Le conseguenze di un’infanzia difficile, la dipendenza da alcool e droghe, l’ossessione per la vittoria portano Harmon a sacrificare la propria vita, allo stesso modo in cui sacrifica i pezzi sulla scacchiera, in un equilibrio fin troppo umano tra eccezionalità e fragilità.

2. La solitudine del numero uno

È facile parlare di un giocatore di scacchi come di un genio o di un’intelligenza superiore. Ma quanto di questo viene da un talento innato e quanto è frutto di un duro lavoro? La serie si confronta con il mito occidentale del “genio”, raffigurando una protagonista eccezionale e insofferente a schemi e regole. Eppure, il suo talento non basta per vincere. Messo di fronte alla capacità di fare squadra, all’organizzazione e al supporto che i giocatori sovietici si garantiscono l’un l’altro, il “genio” non è altro che un’illusione. Così, il mito americano del self-made man scricchiola di fronte all’importanza che l’insegnamento e le relazioni sociali hanno nel coltivare e far crescere le potenzialità dell’individuo. Harmon – e il pubblico con lei –  finiscono per sfidare l’ossessione americana di dividere gli individui tra vincenti e perdenti: vincere non è “tutto quello che conta” e le sconfitte (nel gioco e nella vita) regalano una saggezza che le vittorie da sole non possono assicurare.

3. Ogni maledetta casella

La regina degli scacchi non è solo uno studio su un personaggio o uno spaccato di psicologia americana, ma è anche un grande racconto sportivo. La serie prende i topoi del genere e li trasporta nel mondo degli scacchi, rendendo dinamica e appassionante una disciplina fatta apparentemente di tempi lunghi e momenti statici. Un montaggio serrato e ritmatissimo riesce ad agganciare il pubblico a ogni partita e la regia amplifica questa sensazione grazie alla trovata di raccontare l’andamento del match, non tanto attraverso la posizione dei pezzi ma tramite le reazioni del pubblico e dei protagonisti, trascinando gli spettatori con sé e tenendoli sotto scacco fino all’ultima mossa.

4. I vestiti nuovi della regina

La ricostruzione d’epoca riporta lo spettatore negli scintillanti anni ’60, ma è molto più di un semplice vezzo registico. Costumi, scenografie, musiche, persino auto e telefoni sono ricostruiti con precisione maniacale, concepiti come un’estensione dei personaggi. I vestiti della protagonista diventano il mezzo più efficace per raccontare la sua evoluzione, senza bisogno di parole. Man mano che la sua personalità si sviluppa, Anya Taylor-Joy aumenta il proprio fascino glamour, gli abiti che indossa diventano un mezzo per raccontare la sua scalata al successo, la sua affermazione e la sua ambizione di imporsi al centro della scena, conquistando il mondo un pezzo alla volta.

5. Gambetto di donna

Seguendo il recente dibattito su inclusione e rappresentazione nei media americani, la serie mette al centro una donna e la sua lotta per emergere in un mondo di uomini. Nel farlo, Scott Frank riesce a schivare gli stereotipi legati alle figure femminili, costruendo un personaggio sfaccettato, profondo e al tempo stesso cool e spregiudicato; caratteristiche di solito associate quasi esclusivamente ai protagonisti maschili. Non solo, questo avviene senza eroticizzare il personaggio di Harmon, capace di rimanere memorabile per la sua brillantezza e la sua capacità di affrontare il proprio conflitto, piuttosto che per la sua carica erotica. I personaggi maschili che le girano attorno tentano tuttavia di ridurla a oggetto del desiderio: quando si rendono conto di non poterla battere, finiscono per cercare di sedurla, ma a grandezza della serie sta anche nell’evitare le insidie del romance, rappresentando un personaggio femminile capace di avere successo anche senza coronare la classica storia d’amore.

Francesco Cirica