Voto

7.5

Irrompendo nella vita privata della dottoressa Jenny (Adèle Haenel), la macchina da presa dei fratelli Dardenne, che ancora una volta non smentisce l’invidiabile stile naturalistico consolidato negli anni, restituisce uno spaccato di quotidianità apparentemente immediata, senza costruzioni né mediazioni. Il pedinamento squisitamente zavattiano è infatti solo una maschera, che cade quando incontra ellissi e tagli, ma del quale mantiene la potenza necessaria per squarciare la barriera intima dei personaggi, costruendo con loro un rapporto di profonda comunione che quasi costringe lo spettatore a un’immedesimazione totale. Un’ulteriore sferzata anti-naturalistica viene dall’applicazione dei classici stilemi furbi e ruffiani della detective story, ben costruita ma senza innovazioni, che sporca l’iperrealismo puro dello stile dei fratelli belgi, pur rendendolo più accattivante.

Contro l’indifferenza e la chiusura nei propri interessi personali, mali della società odierna secondo i Dardenne, La ragazza senza nome si propone come un’opera squisitamente personale eppure capace di arrivare a tutti: l’universale si annida nel particolare, e così una singola coscienza diventa lo strumento privilegiato di un dialogo con le decine di coscienze in sala. La potenza del cinema come medium collettivo è sempre stato sfruttato appieno dai fratelli Dardenne, e in questo film più che mai: in una storia “piccola” si annidano questioni “grandi” come le differenze sociali, l’emarginazione, la disoccupazione, la prostituzione minorile e l’immigrazione. E proprio questa forza d’immedesimazione riesce a trasmettere allo spettatore i sentimenti di Jenny affinché, una volta slegati dalla situazione particolare sullo schermo, si insinuino nella sua mente e lo costringendolo a un’assunzione di responsabilità in merito alla situazione europea di oggi. Ma siamo tutti responsabili allo stesso modo? È possibile costruire una gerarchia di responsabilità?

Spiazzante e privo di edulcorazioni, La ragazza senza nome, con i suoi silenzi eloquenti e i dialoghi ridotti all’osso, mostra una realtà svilita, vittima di un individualismo imperante che i Dardenne invitano a trovare il coraggio di abbandonare.

Benedetta Pini