Voto

8.5

Una visione tanto incantevole quanto straziante. La fotografia di Ksenia Sereda è di un fascino raro: nulla è lasciato al caso, ogni inquadratura ha un suo preciso equilibrio cromatico e le immagini sembrano risplendere, andando a comporre un film tessuto come un arazzo dai colori nitidissimi. Leningrado dopo la fine della guerra è una città piena di fantasmi, per sfuggire ai quali i suoi abitanti non stanno fermi un attimo, cercano incessantemente qualcosa di cui prendersi cura, qualcosa che li tenga impegnati per non dover pensare a cosa fare di se stessi. Ma la guerra è sempre lì, nei loro corpi devastati, negli attacchi di Iljia (Viktoria Miroshnichenko), la “spilungona” a cui fa riferimento il titolo originale, che la paralizzano e le tolgono il respiro, nella cicatrice sul ventre di Masha (Vasilisa Perelygina), l’amica conosciuta sul fronte, e in ogni sospiro, in ogni suono di saliva deglutita, in ogni battito di ciglia afferrato dalla telecamera attaccata ai loro volti.

Il fulcro del film è dedicato al contatto, strettissimo, tra i personaggi, un po’ perché forzati un po’ perché non riescono a farne a meno, bisognosi di aggrapparsi l’uno all’altro senza saperne il motivo. Ed è così la relazione fra le due donne protagoniste: legate in un rapporto simbiotico, si occupano l’una dell’altra con la più ingenua tenerezza e la più spietata freddezza. Un rapporto simile si instaura con lo spettatore, costretto a una vicinanza alle azioni che a tratti diventa quasi insopportabile, tanto da desiderare di chiudere gli occhi davanti all’intimità distruttiva e alla violenza incomprensibile di cui viene reso complice.

Il risultato è di un impatto devastante, e irriducibilmente ipnotico: a soli 28 anni (dopo essersi già fatto notare con Tesnota), Kantemir Balagov si conferma un regista dalla sensibilità finissima e dal gusto preciso ed elegante.

Clara Sutton