Voto

6

Il biopic è uno dei generi più rischiosi da scrivere e dirigere, sempre sull’orlo della banalità e della noia, specialmente se la vita che si sceglie di raccontare non è tra le più celebri. Il compito della sceneggiatura diventa dunque di primaria importanza, così come il criterio alla base del keep & throw. Una sfida che il regista e co-sceneggiatore Eric Barbier non sa reggere a pieno nella costruzione di un dramma sulla vita dello scrittore Romain Kacew (conosciuto come Romain Gary) e di sua madre Nina Kacew, tratto dall’omonima autobiografia dello scrittore.

La narrazione parte dal dopoguerra fino agli anni Settanta, dipingendo in modo pedissequo e accurato l’ossessivo rapporto madre-figlio, insistendo su quanto quest’ultimo debba la propria fortuna a lei; una riconoscenza totalizzante, che lo rende completamente devoto e sottomesso ai voleri della donna. Una storia che galvanizzerebbe persino Freud ma che si muove a passo lento, facendo perdere di vista i passaggi rilevanti nella formazione di Romain Gary.

Nota di merito a Charlotte Gainsbourg nei panni di Nina, che le ha fatto guadagnare una candidatura a un Premio César per la migliore interpretazione femminile: enfatica ma senza mai risultare fasulla, regala al personaggio una sfumatura potente, tanto da imporsi nella storia come effettiva protagonista, a discapito del figlio.

Caterina Prestifilippo