Voto

8

Fedele discepolo di Ettore Scola ed erede della grande commedia italiana, Virzì stringe il pubblico tra braccia rassicuranti e materne, che fanno per un attimo dimenticare quanto il calore della vita sia effimero: si abbassano le difese e ci si abbandona alla visione.

Qualche ripetizione di troppo che allunga inutilmente il film e un messaggio di fondo assiomatico (vedi Qualcuno volò sul nido del cuculo o Thelma e Louise) passano in secondo piano di fronte alla sensibilità squisitamente femminile della sceneggiatura (merito della Archibugi) e a una regia generosa, compassionevole e delicata, che senza didascalismi né patetismi affronta la natura, gli sguardi, i movimenti e le espressioni di ogni singolo personaggio.

Beatrice, donna radical chic consumata dalla solitudine, e Donatella, un corpo nervoso vittima di un mondo meschino, si stringono in un legame simbiotico ma irragionevole e partono per un vorticoso viaggio terapeutico portando con sé tutta la sala. Interpretate da una Valeria Bruni Tedeschi al limite dell’esagerazione e da una rude Micaela Ramazzotti, le due sono eroine “sbagliate” ma in qualche modo innocenti, inquadrate spesso dal basso come a sottolineare la loro inadeguatezza in un mondo che le ha assottigliate a furia di brutture.

La pazza gioia è una commedia brillantemente triste e ironica, che senza prendere posizione invita il pubblico a non giudicare mai più: “Sono nata triste, depressa, piangevo sempre. E nessuno mi aiutava”, queste le parole di Donatella in una sequenza che ha meritato dieci minuti di applausi al 69° Festival del Cinema di Cannes.

Benedetta Pini