Voto

6.5

Novanta minuti divisi in due tempi, come due atti di una commedia: entrambi lassi di tempo percorsi dal tragico, dalla scontro tra valori, sia dentro che fuori dal campo/teatro. Lo sport diventa allora metafora dell’esistenza, un parallelismo ancora più intenso se si parla di calcio in Italia. Gioco e vita privata concorrono a sviluppare una narrazione che ha come nucleo la partita finale tra la piccola squadra “che non ha mai vinto un cazzo” e la sua eterna rivale. È attraverso questo evento umile e contenuto, giocato su un campetto di terra battuta, che emergono le tensioni, le contraddizioni e le ipocrisie di uno sport che è diventato oggi la nostra liturgia nazionale. Mentre in sottofondo la voce di una radio riporta la sfida amichevole tra Lazio e Inter, vengono mostrate le immagini della partita al campetto, giocata invece con una foga epica, figlia della violenza a cui sono condannati i destini dei personaggi: l’allenatore esasperato (Francesco Pannofino), il presidente straziato dai debiti (Alberto Di Stasio), i giovanissimi calciatori e le loro famiglie.

La simbologia che soggiace al film è efficace: speranze e delusioni, scommesse, tradimenti. Meno riuscita la ricostruzione del substrato al di fuori del campo, quello dell’intero paese: la rappresentazione della vita quotidiana restituisce scene a tratti macchiettistiche, efficaci solo nella misura in cui sanno mantenere il ritmo del gioco. La partita (di Francesco Carnesecchi) è un tentativo di rottura della linearità narrativa, dall’andamento ambiguo e sospeso, che sfocia in un esito dal sapore amarissimo.

Pietro Bonanomi