Voto

6.5

Gang di ragazzini, ancora al loro stadio infantile, si scontrano al centro commerciale locale per la “proprietà” territoriale del grande albero di Natale; un confronto che sfocia nella decisione di abbatterlo e trascinarlo via come trofeo. Il simbolismo è chiaro: il Natale è finito, l’infanzia è finita. Ciò che rimane è un essere umano, né un bambino né un adulto, avvelenato da pistole e paranoia: una de-evoluzione verso un’infanzia senza innocenza. È questa la scena con cui si apre La paranza dei bambini, film Orso d’Argento diretto da Claudio Giovannesi.

A Napoli la piaga delle baby gang è ormai nota: giovanissimi delinquenti dei bassifondi che nel giro di pochi anni finiranno nella “paranza” adolescenziale, un gruppo armato al servizio della Camorra. La paranza dei bambinitraccia la discesa nel mondo del crimine organizzato di un gruppo di ragazzi di 15 anni guidati dall’inesperto ma presuntuoso Nicola (Francesco Di Napoli). Dietro la faccia pulita, il taglio di capelli ordinato e gli abiti firmati si trova un cervello pericolosamente piccolo: credendosi il salvatore del Rione Sanità, dove vive con la madre e il fratellino, Nicola passa dalla vendita di marijuana al baratto di armi. Si tratta di una storia di finzione ma basata sulle reali esperienze di gangster con l’ingenuità dell’adolescenza ma con la violenza, la paranoia e le pistole di criminali adulti.

Prendendo consapevolmente ispirazione da Visconti, Scorsese e persino De Palma, Giovannesi mostra la lenta progressione dei protagonisti verso il crimine, evitando attentamente di romanzarne le dinamiche. Ma dopo il successo del dramma giovanile Fiore – che fece il suo debutto alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2016 – e di alcuni episodi della serie TV Gomorra, quest’ultima pellicola sembra un lavoro compiuto creativamente poco incisivo. È infatti difficile leggere La paranza dei bambini senza pensare al suo nobile predecessore Gomorra (Matteo Garrone, 2008), a sua volta tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Ma La paranza dei bambini, scritto da Giovannesi, Saviano e Maurizio Braucci (i quali, questi ultimi, avevano lavorato anche alla sceneggiatura di Gomorra) avrebbe avuto bisogno di immagini e ritmo più forti per raccontare la spirale discendente in cui piomba Nicola. Eppure, la maggior parte delle violenze si svolgono fuori dallo schermo o dopo la fine del racconto, edulcorando la visione, che perde così di potenza espressiva.

La scelta di girare gran parte del film in soggettiva avvalora certamente l’intenzione di conferire verosimiglianza al lavoro, e Giovannesi non ha paura di mostrare la realtà in tutte le sue forme. Una scelta stilistica che amplifica il senso di oppressione provato dai ragazzini sullo schermo, acuito dall’uso di piani sequenza e steadycam. Non è allo stesso livello la sceneggiatura, che non si sbilancia mai troppo e, forse nel tentativo di aderire pedissequamente all’omonimo libro, dimentica che il linguaggio cinematografico ha specificità ben diverse.

Anna Bertoli