Dopo l’annullamento della premiere ufficiale, che si sarebbe dovuta tenere al SXSW Film Festival in Texas (annullato a causa dell’emergenza Coronavirus), LA Originals è arrivato su Netflix. Il documentario racconta due facce della stessa medaglia, le due anime del sogno americano: da una parte Mark Machado alias Mister Cartoon, dall’altra Estevan Oriol; due uomini il cui incontro casuale, avvenuto nel 1992 in un ristorante di Los Angeles, ha portato la cultura chicana a diventare un fenomeno interculturale che dalla SoCal si è diffuso in tutto il mondo grazie all’hip hop.

Attingendo a uno sconfinato archivio di immagini e footage accumulati anno dopo anno fra tour, feste nei backstage e notti in studio a suonare, tatuare e a dipingere, Oriol, nelle vesti di regista del film, costruisce una retrospettiva di come lui e Cartoon attraverso la loro arte (il regista e produttore George Lopez in un passaggio li definisce “cholo Da Vinci”) si siano affermati come figure di riferimento dello zeitgeist del mondo hip hop.

Il loro percorso musicale è infatti legato a doppio filo con la loro ascesa verso il successo. Tutto ha inizio agli arbori degli anni ‘90, quando Oriol conosce Everlast e Muggs degli House of Pain in un night club di Sunset Boulevard, dove lavora come buttafuori. Sono i tempi di Jump Around (pezzo in cui Muggs campiona una cornamusa per forgiarne il beat immortale) e gli HOP hanno bisogno di un tour manager/tecnico del suono/tuttofare. Oriol decide di seguirli, portandosi con sé una macchina fotografica. Dagli House of Pain Muggs passa a lavorare con i Cypress Hill: una mossa che gli permette di conoscere artisti del calibro di Eminem, Dr. Dre, 50 Cent e Blink-182.

Questo segmento, insieme alle testimonianze di chi ha fatto parte in prima persona della scena, rappresenta il pilastro portante sul quale poggia LA Originals, svelando le personalità dietro a molte delle immagini e delle storie iconiche di quel mondo: Oriol e Cartoon. Pensando ai Blink-182, la maggior parte dei tatuaggi black and grey che ricoprono quasi interamente il corpo di Travis Barker provengono proprio dalla macchinetta di Cartoon, autore anche dell’artwork con cui la band viene riconosciuta in tutto il mondo. Per parte sua, Oriol ha curato la regia del video di Down, girato sull’iconico viadotto che collega l’Arts District con la Downtown della Città degli Angeli. E poi i graffiti, le lowrider aerografate, il Soul Assassin Studio, il quartier generale del duo aperto nel complicato distretto di Skid Row a Los Angeles, che ha visto passare personalità come Snoop Dogg, Kobe Bryant e Kim Kardashian, a pochi metri da dove vivevano (e vivono tutt’ora) migliaia di homeless.

Matteo Squillace