A novembre torna al cinema La morte corre sul fiume, capolavoro di Charles Laughton del 1955. Emblematico per le sue atmosfere inquietanti e surreali, il film sembra ricalcare un ideale di dualismo attraverso il contrapporsi di due mondi opposti: l’infanzia e l’età adulta. Emblema della prima è l’innocenza dei due figli di un ladro (Ben Harper), che pur di non tradire la promessa fatta al padre fanno fronte alle minacce dell’antagonista nonché loro patrigno, un falso reverendo (Harry Powell) intenzionato a impossessarsi del denaro rubato da Ben. L’età adulta viene invece mostrata sotto una luce decisamente negativa: tutti i personaggi di età avanzata appaiono opportunisti, falsi e arrivisti, conformi alle convenzioni sociali e pronti a giudicarsi a vicenda.

In un mondo in cui l’età sembra portare con sé solo ipocrisia, l’infanzia appare allora come un idillio di bontà che smaschera i costumi degli adulti e li costringe a mostrarsi per quello che sono. Ed è proprio grazie a questo meccanismo che il figlio maggiore comprende fin da subito le reali intenzioni del nuovo marito della madre, la quale, invece, si lascia ingannare e sedurre, vittima di stereotipi e convenzioni sociali secondo cui una donna sola non sarebbe in grado di crescere dei figli. 

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Questo dualismo è evidente anche nelle scelte stilistiche del film, che contrappongono nettamente una trama noir ad atmosfere a tratti molto dark, a tratti sognanti. Celebre, a tal proposito, è la scena in cui i due bambini fuggono su una barca, dove l’acqua limpida e il bel paesaggio del fiume risultano in netto contrasto con l’inquietante canzone cantata dalla bambina. Gli stessi tatuaggi sulle nocche di Harry (Robert Mitchum) sembrano richiamare il dualismo su cui si fonda il film: su una mano la scritta “love” e sull’altra “hate”. Il suo personaggio viene reso ancora più sinistro dai continui riferimenti a Dio, che stridono se accostati al suo atteggiamento crudele e minaccioso. Questa scelta è una delle tante provocazioni sferzate dalla sceneggiatura alla società conservatrice degli anni in cui uscì il film, che viene mostrata da Laughton in chiave fortemente critica.

Nella predilezione per immagini distorte, misteriose e surreali risulta evidente la forte influenza del cinema espressionista. Ma la splendida fotografia in bianco e nero di Stanley Cortez è ciò che, in definitiva, rende l’opera di Laughton visivamente affascinante anche per lo spettatore odierno, che non può non rimanerne incantato. La morte corre sul fiume offre al pubblico anche l’opportunità di vedere l’attrice Lillian Gish, diva del cinema muto celebre per il suo sodalizio con David Griffith, in una delle sue poche interpretazioni successive all’avvento del sonoro. 

Alessia Arcando