La multidisciplinarietà artistica è ciò che rende surreale, stratificato e sfaccettato il cinema di Alejandro Jodorowsky – regista, attore, poeta, scrittore, disegnatore e non solo -, costellato di opere che risultano unite tra loro da un sottile fil rouge, una chiave di lettura che consenta di leggere il complesso immaginario del regista: l’arte come terapia. La frase surrealista “l’arte sarà terapeutica oppure non sarà arte” trova infatti applicazione anche alla filosofia di Jodorowsky, che porta i protagonisti e il pubblico dei suoi film ad affrontare un percorso catartico, attraverso immagini scioccanti, sogni cupi e atti sovversivi. Dagli esordi fino alle ultime opere (La danza della realtà del 2013 e Poesia senza fine del 2016) la poetica di Jodorowsky gravita intorno all’idea di “cinema della guarigione”, da cui ha coniato il termine Psicomagia, per dimostrare al mondo il potere terapeutico dell’immaginazione. Il cinema di Jodorowsky può essere descritto come un viaggio mentale metaforico, un percorso mistico e spirituale volto a conoscere questo e altri mondi possibili; percorso che non potrebbe attuarsi senza un precedente viaggio interiore nella propria anima e nella propria infanzia.

Nato in Cile il 17 febbraio 1929 da un ex trapezista di un circo itinerante e una cantante di origini ebraico-ucraine, fin dall’infanzia Alejandro Jodorowsky rimane estasiato dal mondo della poesia e del teatro, tentando di fuggire dalle soffocanti dinamiche familiari attraverso la fantasia. Nel 1953 si trasferisce a Parigi, dove conduce una vita bohémien da artista squattrinato, frequenta l’ambiente surrealista e fonda il Movimento Panico, di ispirazione post-surrealista, insieme al poeta, sceneggiatore e regista spagnolo Fernando Arrabal e al disegnatore e sceneggiatore franco-polacco Roland Topor. Notato da André Breton, padre del surrealismo, il movimento riesce a raggiungere la fama in tutto il mondo. Il teatro è la base di partenza per lo sviluppo della poetica di Jodorowsky, che nel 1957 realizza il suo primo corto, sotto forma di teatro filmato, La cravatta, in cui parla di un futuro prossimo in cui le persone compravendono le proprie teste a seconda dell’occasione, avanzando una critica puntuale di una società fondata sulle apparenze. Nel 1968 esordisce nel lungometraggio con Il paese incantato, inquietante e bizzarra storia di due giovani alla ricerca della misteriosa città di Tar, dove non esiste il dolore, limbo angosciante e astratto verso una felicità utopistica. Ed è questo film che segna l’inizio del percorso del regista verso il cinema terapeutico, che prosegue con Il topo, (anti)western surrealista che esprime lo spirito sciamanico dell’autore, cruda parabola sulla vita in cui il protagonista-pistolero, dopo aver affrontato e ucciso quattro maestri nel deserto, inizia un percorso di rielaborazione spirituale in una comunità di esseri deformi e reietti. Il film racconta un calvario cristologico e la spiritualità psichedelica di un individuo, con la provocazione tipica di altri grandi del Surrealismo come Luis Buñuel.

Il topo è un’acerba anticipazione del capolavoro del 1973, La montagna sacra, in cui queste tematiche vengono trasposte dal singolo al collettivo. L’opera si colloca infatti nel contesto culturale e filosofico degli anni ’70, da cui trae energia vitale. Come nel film, il colore è il protagonista assoluto di questi anni, sboccia prepotentemente nella moda hippie con le trame sgargianti di minigonne, ponchi e degli intramontabili pantaloni a zampa. La filosofia dei figli dei fiori è quella della generazione giovanile che vuole ribellarsi e sovvertire l’ordine delle cose attraverso la non-violenza e la ricerca di un nuovo senso di libertà. Intanto, si diffondono le proteste, la tossicodipendenza, il consumismo, l’intrattenimento televisivo a colori. Ma è anche un periodo caratterizzato dalla ricerca interiore, dall’espressione del singolo e dall’autodeterminazione. Un vortice vitale e sgargiante che viene espresso in tutte le arti, ed è all’interno di questo contesto controculturale che John Lennon e Yoko Ono rimangono ammaliati dai precedenti lavori di Jodorowsky, al punto da assicurargli i fondi per la realizzazione del suo nuovo film, La montagna sacra.

La trama, densa e lisergica, si fa specchio della cultura del periodo, incluso l’utilizzo di sostanze psichedeliche. Jodorowsky ha infatti dichiarato di essersi rivolto ad una sorta di istruttore alla sostanza durante la realizzazione del film. La montagna sacra, opera che chiude la Trilogia Del Viaggio del regista cileno dopo Il paese incantato e Il topo, riflette sull’umanità e le sue radici storiche – emblematica la scena della colonizzazione del Sud America, reinterpretata da rettili e anfibi. Il film è inoltre carico di echi cristologici trattati in chiave anticattolica: processi di capre scuoiate crocifisse, calchi di Gesù Cristo e il protagonista tratteggiato come un ladro mendicante con le sembianze del Messia. Ma per capire nel profondo La montagna sacra, bisogna partire suddividendo il film in 3 fasi: Smarrimento, Iniziazione e Scalata. La fase iniziale vede il protagonista vagare senza meta per le strade di una distopica Città del Messico, grottesca, caotica e militarizzata, trovandosi coinvolto in svariate e confuse siutuazioni: viene crocifisso da un’orda di bambini, si ritrova a fumare marijuana con un nano mutilato e passa in mezzo a fucilazioni di massa riprese con da ricchi turisti nordamericani. Il viaggio del mendicante prosegue con la scalata di un’altissima torre proibita, dove incontra l’Alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky), il quale avvia il processo di iniziazione del suo nuovo discepolo, tentando di liberare la sua anima dal materialismo. La poetica antimaterialistica di Jodorowsky si impone prepotentemente in questa scena esoterica fatta di colori caleidoscopici, in cui l’Alchimista trasforma le feci in oro.

Attraverso questi processi di “ricreazione dell’anima”, il mendicante è ora pronto a conoscere i suoi sette compagni di viaggio per compiere la Scalata (una sorta di eccentrico calvario), che rappresentano i pianeti del Sistema Solare (Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone) e sono dotati dei tratti distintivi propri di queste entità. A questo punto la parte finale del viaggio, la Scalata, ha finalmente inizio, ma il raggiungimento della vetta della montagna rappresenta per il gruppo solo l’inizio di un nuovo percorso: squarciato il velo di Maya, è adesso che si entra nella realtà, ed è con la battuta ironica di Jodorowsky “Is this life reality?” che si chiude il film. Una domanda che si ricollega alla simbologia dei tarocchi (rigorosamente di Marsiglia), a cui La montagna sacra è legato in modo indissolubile, unendola a quella degli animali, dei numeri, dei pianeti, del mandala e dell’enneagramma in modo strettissimo. Analizzando le scene, infatti, troviamo tutte le carte: il Matto (all’inizio del film, quando vediamo il ladro giacere nel fango; la carta simboleggia libertà e creatività nella sua concezione positiva); la Torre (che simboleggia la superbia, passaggio necessario del percorso iniziatico del protagonista); il Sole e la Luna contrapposti (a simboleggiare chiarezza e luce da una parte, insicurezza e oscurità dall’altra); il Mago (cioè colui che è artefice della propria fortuna, sia nel bene che nel male; questa carta è rappresentata dal personaggio dell’alchimista); infine, la Morte (fase traumatica che anticipa una nuova rinascita).

I tarocchi sono una parte fondamentale del percorso artistico e terapeutico del regista, che durante la sua vita ha tenuto lezioni di lettura dei tarocchi e prove pratiche in tutto il mondo – anche con artisti del calibro di Marina Abramović, John Lennon e più recentemente Kanye West – e nel 2004 ha pubblicato il libro La via dei Tarocchi, in cui dimostra che la lettura dei tarocchi non si basa sulla predizione del futuro ma sull’interpretazione del presente.

Matilde Soleri