Voto

8

Per il lungometraggio La mia vita da Zucchina il regista svizzero Claude Barras tenta un approccio demodè al cinema. Utilizzando la stop-motion, Barras intreccia le vite di bambini dal passato problematico in una storia che ha ben poco a che vedere con le favole e i cartoni animati: si tratta di un film realistico, senza edulcorazioni né esitazioni.

Barras non si serve di intricati escamotage per raccontare, attraverso la bocca dei bambini, il passato drammatico che li accomuna, ma predilige un’aura sognante, un nonsoché di fiabesco. La percezione adulta della realtà viene infatti ribaltata a favore dello sguardo genuino (ma non ingenuo) dei più piccoli: non tutti gli uomini sono necessariamente schiavi del proprio passato, e anche chi ha subito violenze atroci ha il diritto a ricevere un’altra opportunità per essere felice.

Ma è soprattutto l’aspetto caricaturale dei personaggi – ispirato ai disegni di Tim Burton – a dare un carattere surreale alla pellicola. Corpi sproporzionati e consumati dal dolore prendono così forma in un lungometraggio crudo e tagliente che, pur sviluppandosi a partire dalla sofferenza, regala una visione della vita gravida di speranza e di positività.

Federica Romanò