Voto

7

Il primo film di Xavier Dolan in lingua inglese e con un budget notevole non è un disastro, e neanche una delusione. La mia vita con John F. Donovan è semplicemente Xavier Dolan: “Non ci sono opere ma ci sono solo autori” diceva appunto Truffaut. Tuttavia, l’eliminazione del personaggio di Jessica Chastain dal montaggio finale, il rifiuto del regista di portare il film a Cannes 2018 perché considerato non ancora compiuto, le stroncature al Toronto International Film Festival nel settembre 2019 e l’astio generale della critica – che ha insistito sulla sua autoreferenzialità, tanto da definirlo un “impostore” – hanno bollato il film come maledetto, e i dati al botteghino non hanno che confermato la situazione (costato 35 milioni, ne ha incassati solo 2 negli US). Eppure, la cifra autoriale e stilistica di Dolan è riscontrabile anche in quest’ultimo film, che ripropone quel mix di atteggiamento adolescenziale, emotività sragionata e competenze tecniche che ci avevano fatto innamorare di film come Mommy, Lawrence Anyways e Tom Á la Farme. Il suo è un mondo vissuto attraverso uno sguardo eternamente adolescente, che ama, fagocita, subisce e assorbe in modo intimo e viscerale ogni avvenimento.

Il narratore del film è Rupert Turner (Ben Schnetzer), un giovane attore di successo e affascinante all’apice della carriera, che decide di raccontare in un’intervista la vera storia del suo idolo John F. Donovan (Kit Harrington), una star della televisione americana scomparsa dieci anni prima. Tra i due c’era stato uno scambio epistolare segreto molto intenso e anomalo, in cui John aveva aperto a Rupert le porte del proprio cuore, condividendo i turbamenti dovuti a un segreto celato a tutti. Il film si snoda attraverso due narrazioni parallele: l’infanzia del narratore e quella del suo idolo, del quale il primo ripercorre le tappe personali e professionali, dall’ascesa al declino causato da uno scandalo tutto da dimostrare. Progressivamente le due personalità risultano sempre più affini, quasi sovrapposte, tanto che la vita del primo sembra essere il passato del secondo e il futuro del primo il presente del secondo.

La mia vita con John F. Donovan è un film sugli attori, sullo star system, sul rapporto tra celebrità e fan, sui conflitti tra artisti e industria dello spettacolo, sul confronto tra autori e stampa. Essenzialmente, è un film su Hollywood, ispirato al libro di Maria Rilke Letters to a Young Poet. E parlare di Hollywood stando a Hollywood non è facile, il rischio dell’auto-indulgenza, della citazione spiccia o della malizia è sempre dietro l’angolo. Lo dimostrano i cinque anni che Dolan ha dedicato alla sceneggiatura, scritta insieme a Jacob Tierney, così come i due intensi anni di montaggio o l’eliminazione improvvisa del personaggio interpretato da Jessica Chastain dal film.

Ma è anche un film sulla dualità dei rapporti e delle personalità (madre/figlio, star/fan, artisti/industria, autori/stampa), così com’è doppio Donovan, che nega la propria integrità ed è continuamente costretto a fare i conti con la propria onestà, diviso tra il suo essere personaggio pubblico e il suo essere uomo. Da questo ritratto emerge un’identità alla ricerca del proprio posto nel mondo senza sentirsi costretto a mentire o scendere a compressi. Prendono così forma le tematiche e le marche stilistiche che hanno contraddistinto il lavoro di Dolan fin dal suo esordio: l’omosessualità, il rapporto conflittuale con la madre e l’inevitabile ricerca di un affetto che possa liberarlo da un insostenibile senso di solitudine. Un film dalla gestazione tormentata in cui Dolan, ancora una volta, riversa l’esigenza di raccontare il proprio mondo interiore, e sa bene come farlo.

Anna Pennella e Francesca Riccio