Voto

7.5

La mafia non è più quella di una volta fa ridere, e anche molto, persino fino alle lacrime. Ma appena dietro all’euforia c’è un disagio perturbante: nell’istante in cui quelle lacrime si asciugano rimane solo un retrogusto salatissimo. Alla scena successiva le risate si fanno dolceamare e a quella dopo ancora neanche arrivano, bloccate un po’ dal senso del pudore, un po’ dall’incredulità di fronte a un grottesco che si è infiltrato nel reale senza soluzione di continuità. Da un certo punto in poi, è come assistere a una violenza: Maresco mostra una trafila di casi umani, omertosi, complici, analfabeti, ignoranti, malviventi, “impresari”, persone comuni come migliaia di altre, li mette al centro di un freak show, gli dà il là e loro fanno il resto. Maresco li istiga e poi sta a guardare, costringendo noi a fare lo stesso, attoniti di fronte a un’umanità divorata dalla disperazione.

Rispetto al precedente Belluscone. Una storia siciliana (2014), Maresco mette in discussione il suo stesso metodo, creando una triangolazione dialettica tra sguardo registico, sguardo dei personaggi capitanati da Ciccio Mira e sguardo militante di Letizia Battaglia. Il metodo di Maresco è sempre lo stesso che l’ha reso celebre negli anni ’80 in coppia con Daniele Ciprì, ai tempi d’oro di Cinico TV su Rai 3. Ma questa volta c’è spazio per uno sguardo diverso, quello di chi ancora ci crede, di chi gli dà del “cinico di merda” perché ha smesso di lottare per preservare quell’ultimo, flebile barlume di speranza in una Sicilia nuova e diversa.

Maresco non ha più le forze e delega la guida a Letizia, in lacrime di fronte a una brandizzazione sfrenata che ha investito perfino la mafia, trasformando l’anniversario della morte di Falcone e Borsellino (25 anni nel 2017, quando Maresco ha girato il film) in una specie di commemorazione paesana, con marce festose, manifestazioni effimere, sagre ed eventi improbabili, tra i quali spicca lo sciatto concerto neomelodico organizzato da Ciccio Mira. Il punto centrale della riflessione di Maresco è infatti il rapporto con la memoria e con la coscienza civile del nostro Paese, calpestate da anni di negazionismo e omertà, che culmina con la tristemente nota estate al Papeete e l’Inno di Mameli a ritmo di musica house.

Con uno sguardo intellettuale dall’alto su chi è disperato e una scelta, molto spesso, non ce l’ha, il cinismo di Maresco non è mai stato così disilluso, stanco e impietoso nel costruire il suo carosello di personaggi bozzettistici. “La mia sensazione, però, è di essermi spinto oltre rispetto al film precedente. In un territorio in cui la distinzione tra bene e male, tra mafia e antimafia, si è azzerata e tutto, ormai, è precipitato in uno spettacolo senza fine e senza alcun senso” ha spiegato in occasione della Mostra di Venezia dove ha presentato il film in anteprima. È questo per lui l’Italia di oggi, precipitata dal secondo dopoguerra in poi una voragine dove quel microcosmo aberrante dei suoi lavori precedenti ha trascinato tutto il Paese, non solo Palermo e la Sicilia. Per questo il male di cui parla da anni si è radicato nella società italiana ed è diventato endemico. Maresco e la sua generazione forse non hanno più l’energia per continuare a lottare, ma le nuove generazioni, la cultura e, non da ultimo, il cinema, possono forse fare ancora qualcosa. Sicuramente, non possono più rimanere a guardare inermi. A noi la scelta: il cinismo intellettuale con le sue risate amare o l’ultimo slancio combattivo nel nome della speranza.

Benedetta Pini